Kaja va alla guerra. La ministra degli Esteri dell’Unione europea indossa l’elmetto e con un messaggio su X avverte la comunità di Bruxelles: «Dobbiamo potenziare rapidamente le capacità militari europee. Rafforzare la difesa e sostenere l’Ucraina non sono percorsi separati. Sono priorità che si rafforzano a vicenda. La chiamata odierna con i colleghi della difesa di Francia, Germania, Italia, Polonia e Regno Unito ha sottolineato la nostra comune determinazione a procedere su entrambi i fronti. Il problema per la pace è la Russia. Anche se l’Ucraina ricevesse garanzie di sicurezza, ma non ci fossero concessioni da parte russa, avremmo altre guerre, magari non in Ucraina, ma altrove».
Nelle stesse ore concede un’intervista al Corriere della Sera con la quale Kaja Kallas illustra la propria visione: «Accogliamo con favore lo slancio verso la pace che anche l’amministrazione statunitense sta mostrando. Purtroppo, non vediamo da parte russa un’autentica volontà di pace: sta bombardando costantemente civili e infrastrutture civili ucraine. Prima dobbiamo vedere un cessate il fuoco. Per una pace sostenibile dobbiamo assicurarci che la Russia non attacchi di nuovo. Abbiamo bisogno di concessioni da parte russa, che si tratti di limitare il loro esercito o contenere il loro budget militare».
L’ex premier estone sottolinea che negli accordi di pace l’Ucraina non può essere un convitato di pietra, ma dev’essere una protagonista dei negoziati: «Il piano deve essere condiviso da Russia e Ucraina. E quando si tratta dell’architettura di sicurezza europea, noi dobbiamo avere voce in capitolo. I confini non possono essere cambiati con la forza. Non ci dovrebbero essere concessioni territoriali né riconoscimento dell’occupazione. E non dovrebbero esserci punti sull’architettura di sicurezza europea che diano alla Russia un ruolo diretto».
La Kallas ribadisce che la Ue sta lavorando a un proprio piano operativo che sgombera il campo da qualsiasi equivoco: «Lanciamo dei messaggi chiari. Primo, alla Russia, che non può resistere più a lungo di noi né spendere più di noi; secondo, all’Ucraina, a cui forniremo il sostegno di cui ha bisogno; terzo, agli Stati Uniti, a cui diciamo che stiamo decidendo su temi che spettano a noi».
Nonostante le polemiche a distanza delle ultime settimane tra Europa e Stati Uniti, l’alta rappresentante per gli Affari Esteri sottolinea che l’unica alleanza solida e possibile è quella tra le due sponde dell’Atlantico: «A coloro che mi criticano io chiedo: chi è allora il nostro maggiore alleato? E sapete la risposta. Certo, non siamo sempre d’accordo su tutto con gli Usa, e non ci piacciono i commenti che fanno sulle nostre questioni interne. Per me è ridicola l’accusa degli Usa secondo cui non avremmo libertà. Vengo da un Paese che è stato occupato dalla Russia e so cosa significa non avere diritti né libertà, credetemi».
Qui emerge il suo animo dichiaratamente antiputiniano che le valse il soprannome di Cassandra del Nord. Kaja Kallas, 47 anni, nativa della capitale Tallin, è stato primo ministro dell’Estonia. Avvocata esperta in Diritto della concorrenza estone ed europeo, ha iniziato la sua carriera lavorando per due importanti studi legali del suo Paese, per poi essere eletta nel Parlamento nazionale nel 2011.
E’ considerata un’europeista, con una ampia esperienza sia di politica interna sia europea. Sono state soprattutto le sue posizioni verso Est a caratterizzarla: la Kallas è totalmente anti-putianiana e ha sostenuto con forza la necessità di sanzionare la Russia e di fornire aiuti finanziari e militari all’Ucraina. Dando anche il buon esempio, per così dire: l’Estonia è il primo Paese in Europa per aiuti concessi rispetto al Pil. Ne 2021, mentre Putin ammassava truppe al confine ucraino, Kallas aveva avvisato i leader europei e americani che la situazione rischiava di tracimare. Come infatti poi fu, ragione per la quale qualcuno l’ha chiamò “Cassandra del Nord”. Per tutta risposta, la Russia l’ha inserita nella propria lista dei ricercati: il primo leader straniero ad avere ricevuto questo trattamento dall’invasione dell’Ucraina. La sua decisione di rimuovere i monumenti di guerra risalenti all’epoca sovietica, fu considerato dal Cremlino un’offesa alla memoria storica.



