La possibile pace tra Ucraina e Russia entro il 2026 dipende da quanto coincideranno gli interessi (militari ed economici) dei blocchi geopolitici che oggi sono contrapposti in questa drammatica vicenda. Donald Trump, con la consueta leggerezza mista a supponenza, ha dichiarato che il 90 per cento degli accordi è chiuso e che almeno la tregua «non è mai stata così vicina». I problemi più grossi, però, si annidano proprio in quel 10 per cento di “inevaso”.
Resta aperta, infatti, la questione territoriale nonostante si siano fatti dei discreti progressi sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina. Il piano degli Stati Uniti prevede che l’Ucraina si ritiri da circa il 14% della regione del Donbass sotto il suo controllo, ma rivendicato dalla Russia. Nell’ultima bozza questa diventerebbe una “zona economica libera” smilitarizzata oppure un cuscinetto “alla coreana”. Zelensky ha espresso dubbi sul fatto che la Russia non ricomincerebbe ad avanzare una volta ritirate le truppe ucraine, aggiungendo che solo il popolo ucraino potrà accettare concessioni territoriali attraverso un referendum.
Kyiv, infatti, ripete che non può né legalmente né moralmente cedere parte del proprio territorio e anche l’opinione pubblica americana, pur divisa, considera inaccettabile imporre a Zelensky condizioni che equivalgano a una resa territoriale. Funzionari statunitensi hanno fatto trapelare che spetterà all’Ucraina decidere come gestire la questione territoriale. Tuttavia, hanno aggiunto che il resto dell’offerta americana, comprese le garanzie di sicurezza, non rimarrà sul tavolo per sempre.
Intanto l’accordo a Bruxelles dei Ventisette sul prestito di 90 miliardi all’Ucraina rinunciando così all’utilizzo dei beni russi congelati in Belgio per il risarcimento a Kiev ha in qualche modo soddisfatto i piani di Trump. Washington, infatti, avrebbe esercitato pressioni sulle capitali europee affinché votassero contro l’utilizzo dei beni russi per finanziare la difesa di Kiev. Secondo una bozza di piano di pace trapelata e negoziata da Casa Bianca e Cremlino, Washington intenderebbe utilizzare parte di quei beni per finanziare la macchina della ricostruzione dell’Ucraina, guidata dagli Stati Uniti. Alla fine, sappiamo com’è andata e gli ormai famosi asset russi congelati restano ancora… congelati, ma in futuro bisognerà sicuramente fare i conti con le smanie dell’inquilino della Casa Bianca.
Mentre Mosca sta continuando regolarmente a bombardare l’Ucraina, i tre principali attori diplomatici (Stati Uniti, Unione europea e Ucraina) stanno elaborando un pacchetto negoziale articolato in tre testi distinti, pensati per affrontare in modo integrato la fase post-guerra: un accordo di pace complessivo con Mosca; garanzie di sicurezza per Kiev, su cui gli Stati Uniti propongono formule simili all’Articolo 5 della Nato; un piano di ricostruzione economica che mobiliti investimenti esterni e fondi congelati.
Sul piano propriamente militare, il conflitto in Ucraina, giunto ormai alla sua fase più complessa alla vigilia del quarto anno di combattimenti, a meno di un’accelerazione improvvisa degli accordi di pace, oggi improbabile, o il possibile collasso di Kiev, suggerisce uno scenario in cui l’avanzata russa continua a guadagnare terreno, seppur con tempi e modalità che non rispondono alla logica di un conflitto rapido ipotizzati da Vladimir Putin. Gli aiuti occidentali, specialmente quelli provenienti dall’Europa, rappresentano un elemento decisivo, ma non sufficienti a invertire il corso degli eventi. Per Kiev l’obiettivo principale nel 2026 sarà quello di rallentare l’avanzata russa e contenere la perdita di territori chiave cercando di stabilire nuove linee difensive più arretrate che possano fronteggiare l’onda d’urto russa. Un altro obiettivo cruciale sarà quello di proteggere le città principali dell’Ucraina orientale: senza Sloviansk, Kramatorsk, Kharkov e Zaporozhye, l’Ucraina vedrebbe crollare la sua capacità economica e industriale.
«Mosca dice che sta vincendo – osserva Eleonora Tafuro Ambrosetti, responsabile dell’Osservatorio Russia, Caucaso e Asia Centrale dell’ISPI – ma il ritmo dell’avanzata russa è incompatibile con le ambizioni territoriali dichiarate: ai guadagni attuali, servirebbero anni per conquistare le aree rivendicate. Eppure, questa sproporzione tra obiettivi politici e capacità militari non ha finora prodotto un cambio di strategia. Il Cremlino continua a puntare sul fattore tempo, mantenendo sia l’opzione militare sia le richieste massimaliste e la chiusura verso l’ipotesi di truppe straniere dall’Ucraina. In questo contesto, l’esito della guerra dipende meno dai mezzi che dalle scelte politiche europee ed americane: cioè, quanto Trump farà pressioni per una “pace a tutti i costi” e quante risorse l’UE è disposta a spendere per una “pace giusta”».



