No Other Choice – Non c’è altra scelta. La recensione

lunedì, 5 Gennaio 2026
4 minuti di lettura

Sinossi 

Man-su, specialista nella produzione di carta con venticinque anni di esperienza, è così soddisfatto della vita da potersi dire sinceramente: “Ho tutto”. Trascorre felicemente le sue giornate con la moglie Miri, i due figli e i due cani, finché un giorno viene improvvisamente informato dalla sua azienda di essere stato licenziato.

“Ci dispiace. Non abbiamo altra scelta”.

Sentendosi come se gli avessero reciso la testa con un’ascia, Man-su giura di trovare un nuovo lavoro entro i successivi tre mesi per il bene della famiglia. Nonostante la sua ferma determinazione a rimettere in sesto la sua vita, trascorre oltre un anno passando da un colloquio di lavoro all’altro, finendo per lavorare in un negozio al dettaglio. Si ritrova a rischio di perdere quella stessa casa che ha faticato così tanto per comprare.

Disperato, si presenta senza preavviso alla Moon Paper per consegnare il curriculum, ma viene umiliato dal responsabile di linea Sun-chul. Sapendo di essere più qualificato di chiunque altro per lavorare lì, prende una decisione: se non c’è un posto vacante per me, dovrò farmi assumere creandone uno.

Recensione

Presentato alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e scelto dalla Corea del Sud come candidato ufficiale agli Oscar per il miglior film internazionale, No Other Choice – Non c’è altra scelta segna il ritorno di Park Chan-wook a una forma di tragedia contemporanea che assorbe, senza mai separarle, la satira sociale, il grottesco e il melodramma familiare. Tratto dal romanzo The Ax di Donald E. Westlake, già portato sullo schermo da Costa-Gavras (Cacciatore di teste del 2005), No Other Choice trasforma il materiale di partenza in un apologo feroce sull’ipercapitalismo e sulla sua capacità di rendere l’essere umano superfluo. Quando il sistema lo espelle, l’identità di Man-su collassa. Da qui prende forma una discesa morale che Park Chan-wook costruisce con un controllo chirurgico del tono: si ride spesso, ma è una risata che resta incastrata in gola, perché ogni gag nasce da una situazione disperata, ogni momento comico è già contaminato dalla tragedia.

A incarnare Man-su è Lee Byung-hun, in una delle prove più complesse e stratificate della sua carriera. L’attore evita con lucidità qualsiasi caricatura: il suo personaggio non è un “mostro” che emerge all’improvviso, ma un uomo progressivamente spinto oltre il limite da una logica che lui stesso non fa che estremizzare. Park Chan-wook lavora proprio su questa ambiguità morale, chiedendo allo spettatore un’oscillazione continua tra empatia e giudizio. Man-su è al tempo stesso vittima e carnefice, prodotto e agente di un sistema che trasforma la competizione in guerra e il lavoro in una lotta per la sopravvivenza.

Rispetto al romanzo, il regista opera una scelta decisiva: rifiuta il finale cinicamente elegante di Westlake e lo sostituisce con una tragedia familiare. È qui che No Other Choice trova la sua specificità più profonda. L’orrore non sta solo negli atti estremi che Man-su compie, ma nella convinzione – tipicamente borghese – di farlo “per il bene della famiglia”.

Emblematico il simbolismo del bonsai, invenzione tutta cinematografica rispetto al romanzo. Man-su coltiva alberi in miniatura mentre lavora in un’industria che li distrugge; modella, pota, costringe la natura a una forma “perfetta”, così come tenta di modellare la propria famiglia entro i confini di un benessere che non ammette deviazioni. È un gesto insieme affettuoso e violento, che riassume con precisione l’idea di Park Chan-wook: la cura e il dominio non sono mai davvero separabili, così come l’amore, quando passa attraverso il controllo e la paura della perdita di status, diventa distruttivo.

Dal punto di vista formale, il film conferma l’ossessione del regista per la messa in scena come dispositivo morale. La celebre scena dello scontro a tre – fulcro drammatico e visivo del racconto – è il risultato di una pianificazione maniacale che lascia però spazio all’imprevisto del corpo, all’eccesso, alla fisicità esasperata degli attori. Anche qui, il controllo e il caos convivono, come due facce della stessa necessità.

No Other Choice appare come una delle opere più mature di Park Chan-wook. Meno barocca di altri suoi film, ma forse ancora più crudele, perché rinuncia all’alibi del genere per affondare le mani nella normalità. È una commedia nera che non crede nella separazione tra riso e dolore, dove non esistono vere vie di fuga. Non c’è altra scelta, appunto: solo la possibilità di guardare fino in fondo ciò che preferiremmo non vedere.

C’è una scena che condensa con straordinaria chiarezza il discorso politico del film: Man-su rientra nella fabbrica di notte, al buio, e si muove goffamente tra macchinari che continuano a funzionare senza di lui. È solo, letteralmente superfluo. Le macchine non hanno bisogno della sua esperienza né della sua fedeltà venticinquennale; producono comunque, indifferenti alla sua presenza, tanto che il suo corpo inciampa, urta, diventa un intralcio. Park Chan-wook mette in scena senza retorica la nuova condizione del lavoro nell’era dell’intelligenza artificiale: non lo sfruttamento dell’uomo, ma la sua espulsione. Non c’è più conflitto tra capitale e forza lavoro, perché la forza lavoro non è più necessaria. In quel buio industriale, l’uomo non è oppresso: è semplicemente di troppo. Ed è forse questa consapevolezza – più ancora della povertà o della paura – a spingere Man-su verso l’abisso, trasformando la perdita del lavoro in una crisi ontologica prima ancora che economica.

La figlia di Man-su, bambina prodigio del violoncello e quasi senza parole, reagisce inventando una lingua tutta sua; gli adulti, invece, ne adottano una nuova solo per sopravvivere. È una lingua efficiente, algoritmica, che promette ordine e produttività ma produce buio: perché le macchine non hanno bisogno di luce, né di uomini. In quel buio la fabbrica continua a funzionare, mentre l’umano diventa ingombro, errore, residuo. E persino la carta – come il cinema, un tempo gesto artigianale – non nasce più da mani umane, ma da un altrove automatico e impersonale.

Vittorio Zenardi

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.