Scontri e barricate in Iran, le proteste contro il governo non si fermano. Lo Scià invita alla rivolta. Voci di fuga dell’ayatollah

venerdì, 9 Gennaio 2026
2 minuti di lettura
Iran

Sarà questa la spallata decisiva che disarcionerà dopo quarant’anni di potere assoluto l’ayatollah Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran? Difficile prevederlo adesso nonostante l’onda impetuosa delle proteste anti-sistema stia montando, giorno dopo giorno, in tutto il paese. La mappa del potere a Teheran ci ricorda, infatti, che è l’ayatollah a comandare perché dispone dei Guardiani della rivoluzione incaricati della repressione. A dodici giorni dall’inizio delle sommosse il bilancio è già di 45 morti e 2000 arresti, secondo un’ong per la difesa dei diritti umani. Non sono ancora i numeri delle rivolte precedenti, ma le cifre continuano purtroppo a salire. Non solo. Le autorità del paese hanno bloccato anche l’accesso a internet, perché vogliono impedire la circolazione di informazioni in grado alimentare la protesta da una regione all’altra.

Ma gli iraniani sono stanchi e oppongono con coraggio e determinazione la loro controrivoluzione sociale a quella sacralizzata da Ali Khamenei quattro decenni fa, sperando nel ritorno del principe Reza Pahlavi, figlio dello Scià deposto nel 1979.

Il quale ieri aveva lanciato un appello agli iraniani con un video sui social e con un preciso «invito a iniziare a scandire slogan giovedì e venerdì 8 e 9 gennaio, alla stessa ora alle 20, sia per strada che da casa vostra. In base al riscontro ricevuto da questo movimento, vi annuncerò i prossimi appelli. Questo messaggio è l’annuncio dell’inizio di una nuova fase: un ritmo, un tempo, una volontà. La nazione iraniana è pronta. Le voci saranno una sola».

In particolare, sabato pomeriggio a Milano, davanti alla sede del Consolato generale dell’Iran, è prevista una manifestazione degli oppositori al regime islamico. Lo slogan scelto è: «Questa è l’ultima battaglia, Pahlavi tornerà».

Dall’inizio delle manifestazioni, si sono svolte proteste in oltre cento città, soprattutto nell’ovest del Paese. «Non abbiamo paura, non ci fermano più, è arrivata la loro fine», si sente gridare in piazza. Circolano video di edifici governativi dati alle fiamme, di scontri a viso aperto, di barricate, di statue abbattute. Ma la repressione è brutale. L’agenzia di stampa vicina al Corpo delle guardie della rivoluzione, Tasnim, ha pubblicato un filmato minaccioso dove annuncia «l’identificazione, l’avvertimento e l’arresto di coloro che scandiscono slogan».

Anche sui cellulari arrivano messaggi minacciosi: «L’adesione a pagine di gruppi ostili che promuovono e incoraggiano persone a turbare l’ordine e la sicurezza della società costituisce un atto criminale ed è perseguibile penalmente. Per preservare la pace e la sicurezza del caro Iran, astenetevi dal promuovere o partecipare a raduni illegali». Evidentemente non sanno più come arginare le proteste.

Quella in corso è la sesta dal 2017 ed è scaturita dal crollo del rial (la moneta locale) e dal carovita. Così commercianti dei bazar insieme e cittadini della classe media impoverita hanno invaso le piazze. A ruota poi gli studenti di molte università. Il governo ha assegnato ai più poveri un piccolo sussidio, che però non risolve niente.

Anche il contesto in cui è maturata la protesta è inedito, a partire dall’indebolimento del regime dopo le guerre regionali con Israele successive all’attacco del 7 ottobre 2023 condotto da Hamas. Lo scorso giugno l’Iran ha subìto bombardamenti israeliani e statunitensi. Il governo è ancora in piedi, ma decisamente indebolito.

Un altro elemento da considerare sono i fatti accaduti in Venezuela, con la cattura del presidente Nicolas Maduro  (alleato dell’Iran) da parte dell’esercito statunitense. Donald Trump ha detto che si “occuperà” anche dell’Iran in caso nel paese si verifichi una repressione sanguinaria. È la prima volta che un presidente statunitense minaccia un’azione contro il regime di Teheran. Bisogna anche dire che il tycoon considererebbe prematuro affidare subito il governo al principe Reza Pahlavi: «Vediamo prima cosa succede». Anche gli iraniani, in verità sono divisi tra chi spera in un intervento dall’estero, perché stremato dai fallimenti, e chi è contrario perché pensa che uno scenario simile farebbe il gioco del regime.

In proposito, secondo una relazione di intelligence citata dal Times, Ali Khamenei avrebbe preparato un piano per fuggire dal Paese con la famiglia e una ventina di fedelissimi «nel caso in cui le sue forze di sicurezza non riuscissero a reprimere le proteste o disertassero». Alcuni testimoni giurano di aver visto quattro aerei cargo partire dall’aeroporto di Teheran già qualche giorno fa.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.