Board of Peace: Trump sta provando a costruire una “nuova ONU”?

giovedì, 22 Gennaio 2026
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L’idea nasce in sordina e poi cambia pelle. Il Board of Peace viene presentato inizialmente come un organismo tecnico per gestire la transizione a Gaza e verificare il cessate il fuoco. Una missione circoscritta, quasi amministrativa. Nel giro di poche settimane, però, il perimetro si allarga: da task force regionale a architettura alternativa di governance globale. Qui sta il punto che pochi stanno leggendo.

Il progetto si colloca nel solco della diffidenza storica di Donald Trump verso il multilateralismo classico. Gli Stati Uniti contribuiscono a circa il 22% del bilancio ordinario dell’ONU e a oltre il 27% delle missioni di peacekeeping. Tradotto: Washington paga, ma non comanda. Il Board di Trump ribalta la logica: chi garantisce sicurezza e risorse decide, senza i veti incrociati e le liturgie di United Nations.

I numeri aiutano a capire l’ambizione. L’ONU conta 193 Stati membri, un Consiglio di Sicurezza con 5 membri permanenti e diritto di veto, e tempi decisionali che spesso superano i mesi. Il Board, al contrario, nascerebbe snello: pochi attori, mandato operativo, finanziamento diretto. Non una camera di compensazione politica, ma un direttorio di sicurezza.

Il passaggio chiave è geopolitico. Nei piani che circolano negli ambienti diplomatici, il Board non dialoga prioritariamente con Bruxelles. L’interlocutore è Mosca. La presenza di Vladimir Putin non è un dettaglio, è la condizione di possibilità. Senza la Russia non si governa né il Medio Oriente né l’Europa orientale. E qui entra in scena l’incontro USA–Russia in Alaska, ad agosto: non un vertice rituale, ma un reset strategico. L’Alaska diventa terreno neutro per discutere sfere di responsabilità, non valori astratti.

Gaza è il banco di prova. Oggi il territorio è assistito da una costellazione di agenzie ONU e ONG, con budget frammentati e catene di comando sovrapposte. Il Board propone una catena unica: sicurezza, ricostruzione, amministrazione temporanea. Costi stimati per una transizione minima: 20–30 miliardi di dollari in tre anni. L’ONU non ha questi fondi pronti; un consorzio ristretto sì, se decide di investirli.

Perché l’UE resta ai margini? Perché non ha hard power sufficiente né una politica estera unificata. L’Unione finanzia, ma non dirige; media, ma non garantisce. In questo schema, Bruxelles diventa stakeholder, non architetto.

Il Board of Peace, allora, non sostituisce formalmente l’ONU. La svuota. Crea un livello superiore, più rapido e più politico, dove le grandi potenze negoziano stabilità fuori dalle istituzioni universali. È una scommessa rischiosa, ma coerente con il mondo che stiamo vedendo: meno regole condivise, più patti tra pochi.

Piaccia o no, il messaggio è limpido: la governance globale non si riforma con i comunicati, ma con chi controlla sicurezza, risorse e tempi. Il Board di Trump è un test di realtà sull’ordine internazionale che verrà.

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