L’ex presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ha ricevuto nella mattinata di ieri, lunedì 2 febbraio, un dottorato honoris causa dall’Università belga KU Leuven. A conferirglielo è stata la rettrice dell’Ateneo, Severine Vermeire, che ha voluto riconoscere il ruolo centrale svolto da Draghi nel processo di integrazione economica e monetaria europea e la leadership esercitata in uno dei momenti più critici della storia dell’eurozona.
La cerimonia, svoltasi in concomitanza con l’apertura dell’anno accademico, è stata l’occasione per un intervento di Draghi, destinato ad andare ben oltre ad un discorso accademico di circostanza. «Non è più il tempo delle illusioni»: così potrebbe essere riassunto il messaggio di Draghi, un richiamo diretto alla fine dell’ordine globale su cui l’Europa ha fondato per decenni la propria sicurezza, la propria prosperità e la propria visione del mondo.
Fin dalla sua nascita, ha ricordato Draghi, l’Unione europea si è fondata su un presupposto chiaro: la pace e la prosperità derivano dal diritto internazionale e da istituzioni credibili. Un equilibrio reso possibile anche dal fatto che nessuno Stato europeo, da solo, fossa in grado di garantire la propria sicurezza. La protezione americana ha permesso all’Europa di aprirsi al commercio, di integrare le proprie economie e di costruire un modello di crescita fondato sull’interdipendenza.
Quel sistema, tuttavia, è «ormai defunto», ma non perché rivelatosi illusorio; Al contrario esso ha funzionato, garantendo agli Stati Uniti un’egemonia senza precedenti, all’Europa stabilità e integrazione economica, ai Paesi in via di sviluppo l’accesso alla crescita globale. Tale sistema, tuttavia, non è stato in grado di correggere le proprie contraddizioni quando la Cina è entrata nell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), iniziando ad utilizzare gli scambi non solo come strumento di cooperazione, ma di potere, facendo in modo che «i confini tra commercio e sicurezza hanno iniziato a divergere».
Le catene globali del valore hanno creato dipendenze profonde, che da fattore di stabilità si sono trasformate in leve di pressione. Alcuni Paesi hanno iniziato così a perseguire strategie mercantilistiche, scaricando sugli altri i costi dei propri squilibri. Le disuguaglianze sono cresciute e l’idea che l’interdipendenza potesse essere “neutralizzata” politicamente si è rivelata un’illusione.
Il vero pericolo, tuttavia, non è la fine del vecchio ordine, bensì in ciò che potrebbe sostituire quel sistema, poiché l’Europa si troverebbe stretta in una morsa: da un lato, una Cina che controlla nodi strategici delle catene globali e non esita a usare quella posizione per esercitare pressione economica. Dall’altro, un’America che per la prima volta mette apertamente in discussione il valore dell’alleanza, impone dazi, ignora i benefici che ha tratto dal sistema e vede nella frammentazione politica europea un vantaggio strategico.
In questo scenario, l’Europa rischia di essere allo stesso tempo subordinata, divisa e deindustrializzata, e un’Europa incapace di difendere i propri interessi, avverte Draghi, non potrà difendere a lungo neppure i propri valori.
Il cuore politico del problema risiederebbe, secondo Draghi, nella debolezza dell’attuale assetto istituzionale europeo. La credibilità dell’Europa si è sviluppata in particolar modo solo dove essa agisce come un’entità federale (commercio, concorrenza, politica monetaria), mentre risulta pressoché irrilevante dove opera come una confederazione di stati sovrani (difesa, politica estera).
«Un gruppo di stati che si coordina rimane un gruppo di stati», avverte Draghi, dove ognuno ha un veto e ognuno è «vulnerabile all’essere colpito singolarmente». La diagnosi è impietosa: «Raggruppare insieme i Paesi non produce automaticamente un blocco potente» se la logica rimane quella confederale.
La debolezza geopolitica si riflette direttamente sull’economia: «Un’Europa unificata sul commercio ma frammentata sulla difesa vedrà il suo potere commerciale usato come leva contro la sua dipendenza nella sicurezza».
Qual è dunque la soluzione? Draghi ha sottolineato il concetto di «federalismo pragmatico». Non si può aspettare che tutti gli Stati membri siano pronti per agire. L’approccio deve essere pragmatico da un lato, affinché si compiano i passi «attualmente possibili con i partner che sono effettivamente disposti», ma allo stesso tempo federalista, perché «la destinazione conta» nel motivare le strategie decisionali da attuare.
Draghi ha citato a questo proposito l’esempio storico dell’integrazione europea, dove chi era disposto ad andare avanti lo ha fatto, costruendo istituzioni comuni e una solidarietà forgiata dall’impegno condiviso. «L’unità non precede l’azione», sottolinea Draghi rovesciando un paradigma assai diffuso, ma «è forgiata prendendo decisioni consequenziali insieme».
In definitiva la scelta, ha concluso Draghi, non è tra integrazione e sovranità, ma tra irrilevanza e capacità di decidere il proprio destino. La paura può essere il punto di partenza, ma non è sufficiente. Solo ritrovando fiducia in sé stessa, nella propria forza e nel proprio futuro, l’Europa potrà trasformarsi da oggetto della storia a soggetto politico.







Bravo Riccardo per quest’articolo
Bravissimo Riccardo, Articolo davvero ben scritto