Troppo vicina a Donald Trump? Giorgia Meloni assicura di no e vara “la terza via” diplomatica

lunedì, 9 Marzo 2026
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Meloni

«Sul Corriere viene riportata questa affermazione di Donald Trump: “Giorgia Meloni cerca sempre di aiutare”. Nel contesto di una guerra illegale, che ha infiammato il Medio Oriente e scatenato il caos nel Mediterraneo, è un’affermazione grave e inquietante. L’Italia deve lavorare per fermare una guerra contraria ai nostri principi e ai nostri interessi, non per “cercare di aiutare”». È probabile che questo attacco preciso, chirurgico, al cuore del governo di Peppe Provenzano, responsabile Esteri del Partito democratico, Giorgia Meloni, abituata a scrollarsi di dosso le baruffe spesso inconsistenti dell’opposizione, stavolta l’abbia sentito, proprio forse perché circostanziato dalla dichiarazione scivolosa di Trump. La domanda del Pd rimbomba ancora nell’aria: «Il governo è in grado di smentire nella maniera più chiara queste dichiarazioni di Donald Trump? Gli italiani hanno diritto di sapere».

Un interrogativo al quale la premier replicherà “costruendo” la risposta con una serie di azioni di carattere politico. Intanto, nei momenti di maggior frizione tra le sponde dell’Atlantico, ha ricordato agli alleati europei quanto fosse necessario tenere sempre aperto un canale di dialogo con la Casa Bianca, facendosi quindi garante di tali relazioni. Secondo, non si poteva ignorare la condizione storica dell’Italia di Paese a “sovranità limitata” per quel che concerne gli impegni militari. Dunque, una realpolitik dalla quale difficilmente Palazzo Chigi poteva smarcarsi. Almeno inizialmente.

Poi sono giunti i distinguo necessari, doverosi, rispetto alle iniziative unilaterali e devastanti di Trump e di Netanyahu. Così, sul percorso di Giorgia è apparsa la terza via. Più europea. L’idea della premier è quella di assumere una postura del capo di un governo che non dica sì agli Stati Uniti. L’obiettivo è arrivare a mercoledì 11 marzo senza troppi fianchi scoperti con le opposizioni per le comunicazioni sulla guerra in Iran. Per non parlare della crisi economica che potrebbe abbattersi sul Paese se davvero la guerra, come immaginano gli osservatori, durerà almeno un mese e mezzo.

Per questo la Meloni non andrà al Parlamento a mani vuote. Presenterà dei provvedimenti anticrisi come la normativa sulle accise sulla benzina richiesta anche dal centrosinistra, in primis da Elly Schlein, e gli interventi a sostegno delle bollette delle imprese energivore, che sono in queste ore allo studio. Intanto a Rete 4 ha illustrato la posizione del governo dopo le spiazzanti parole di Donald Trump al Corsera sull’Italia «Paese amico».

Quale dunque potrebbe essere la terza via della premer? Nessuna entrata in guerra, peraltro dichiarata e ripetuta più volte; difesa dei confini europei a partire da Cipro; sostegno ai Paesi del Golfo sotto attacco; solide relazioni transatlantiche, ma con una posizione autonoma nel giudizio, nel momento in cui nel Vecchio continente è scoppiata la Sanchez-mania. Per questo l’Italia continuerà a impegnarsi per il raffreddamento del conflitto cercando di tenere vivo il rapporto cercherà di tenere vivo rapporto con Germania, Francia e Gran Bretagna.
Rispetto alle dichiarazioni del ministro della Difesa Guido Crosetto, che aveva parlato di «violazione del diritto internazionale» rispetto alla genesi della guerra, la premier lo ha coperto: «Condivido quello che ha detto il ministro e penso che noi dobbiamo fare i conti con un quadro nel quale sono oggettivamente saltate le regole del diritto internazionale».
« La Meloni – annota il Corsera – non si schiera dalla parte di Usa e Israele o tantomeno dell’Iran perché, dice, non ci sono “gli elementi” per farlo tanto che nessun Paese europeo “tranne la Spagna” lo ha fatto. E soprattutto mette in chiaro che lo stravolgimento delle regole del gioco non nasce certo con l’attacco all’Iran di dieci giorni fa, ma parte da “molto prima”. Ovvero dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Insomma – continua il Corriere – c’è caos, dice chiaramente la presidente del Consiglio senza troppi panegirici. Ed è un modo per presentarsi all’opposizione e al Paese con l’oggettività dei fatti. Consapevole che il suo rapporto «speciale» con l’inquilino della Casa Bianca diventerà un argomento di polemica per tutti gli avversari».

Piaccia o meno la politica estera dell’Italia, sullo sfondo, invero, non vanno dimenticati l’assoluta evanescenza dell’Unione europea nella crisi mediorientale, l’inconsistente guida di Ursula von der Leyen e il misterioso contributo di Luigi Di Maio, rappresentante ufficiale di Bruxelles nel Golfo. Il 27 febbraio aveva rassicurato sull’avanzamento dei negoziati con gli Emirati Arabi Uniti e il lancio di un nuovo accordo strategico con l’Arabia Saudita, descrivendo l’area come «un hub di trasformazione strategica e globale». Il giorno dopo, l’attacco israelo-americano.

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