Guerra in Iran, chi sta vincendo? Trump è in difficoltà. Ma Mojtaba sta (molto) peggio

martedì, 17 Marzo 2026
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Hormuz e non solo: secondo molti, Donald Trump s’è cacciato in un brutto pantano. Lanciando “Epic Fury”, avrebbe peccato di superficialità, non avendo valutato bene tutte le possibili conseguenze di una nuova guerra in Medio Oriente. E ora, dopo 18 giorni di raid e di attacchi contro il regime degli ajatollah, i nodi starebbero cominciando a venire al pettine.

Il corso della guerra (fino ad oggi) sta quindi dimostrando una insospettata solidità della Repubblica Islamica? L’Iran di Mojtaba Khamenei, ancorché indebolito, si mostrerebbe in grado di reggere un conflitto di logoramento che si preannuncia piuttosto lungo. Questo, più o meno, è quello che emerge dai commenti di questi giorni.

In realtà nessuno sa come stanno realmente le cose. Mai come in questa guerra, s’è visto all’opera un potente apparato di manipolazione, che si esprime, tra le altre cose, anche con i “wargames” sui social americani oppure, all’opposto, con le immagini fake ottenute dalla propaganda iraniana attraverso l’Intelligenza artificiale.

Però è possibile intuire le vere difficoltà degli uni e degli altri da segnali indiretti. E questi segnali ci indicano che, se Trump non sta messo bene, Mojtaba sta messo decisamente peggio.

Ma procediamo con ordine a cominciamo dal fronte americano. Il tallone d’Achille del tycoon presidente sembra oggi Hormuz. Minacciando le petroliere in transito e minando lo Stretto, gli iraniani parrebbero aver conquistato una posizione di vantaggio che mette a dura prova i nervi dell’Occidente e rischia di provocare seri danni alla sua economia. Di qui la rappresentazione di un Trump in difficoltà, che cerca l’aiuto degli alleati europei per proteggere le petroliere e si vede ricevere un corale e unanime no dai ministri degli esteri Ue. La Casa Bianca starebbe anche pensando di inviare i Marines nell’isola di Kharg (il terminale petrolifero iraniano), ma una simile operazione presenterebbe enormi rischi, a partire dalla probabile perdita di vite umane, fatto considerato intollerabile dallo stesso “popolo” dei MAGA, il movimento dei sostenitori di “The Donald”.

Un altro segno di difficoltà è la richiesta del Pentagono al Congresso Usa di fondi per almeno 90 giorni di guerra, laddove la Casa Bianca aveva parlato all’inizio di 3-4 settimane di operazioni militari.

C’è poi la questione delle monarchie del Golfo che si vedono loro malgrado trascinate in guerra dai missili iraniani. Caso emblematico quello di Dubai, da vetrina turistica dell’Arabia felix a retrovia di un conflitto che nessuno immaginava così lungo e complesso.

Insomma, la guerra ristagna e Trump pare nei guai, soprattutto sul fronte interno, quello dei suoi sostenitori.

Ma è proprio così? Sì e no. Difficoltà ci sono, non c’è dubbio. Ma sono meno gravi di quello che appaiono. Tanto per cominciare, la temuta catastrofe economica non è ancora alle viste. Sono due settimane che gli iraniani hanno annunciato la chiusura di Hormuz, ma il prezzo del greggio non è schizzato di molto oltre i 100 dollari al barile: le quotazioni oscillano tra i 98-99 e i 102-103. Né i mercati sono impazziti. Dopo l’iniziale sofferenza, i listini sono tornati su livelli normali, segno che le Borse posseggono oggi nervi saldi. C’è poi un particolare tutt’altro che insignificante: le compagnie petrolifere americane stanno realizzando in questi giorni utili record. E non sono molti, tra i signori dell’energia Usa, a darsi pena per Hormuz.

In realtà, chi non ha il fiato per reggere un conflitto lungo (e forse neanche di media durata), non è l’alleanza israelo-americana, ma l’Iran di Mojtaba. Le capacità militari della Repubblica Islamica sono notevolmente diminuite e vanno a rarefarsi sempre di più. Teheran, è vero, continua a lanciare missili, ma si tratta perlopiù di fiammate singole. Siamo ben lontani dalle salve di duecento e più ordigni di qualche tempo fa. La guerra dei Dodici giorni del giugno 2025 ha dimostrato (soprattutto all’intelligence israeliana) che l’apparato bellico iraniano poteva essere seriamente danneggiato in poche settimane. Diciamo che quel breve conflitto è servito essenzialmente a saggiare la reale forza militare della Repubblica Islamica.

I mesi seguiti da allora (fino al 27 febbraio scorso) sono serviti ad americani e israeliani a preparare lo strike decisivo. Ed è probabile che la guerra sia cominciata in tale data perché l’intelligence di Tel Aviv aveva scoperto il luogo in cui Alì Khamenei avrebbe tenuto una riunione ai vertici del regime. La macchina bellica israelo-americana era quindi già pronta e attendeva solo il momento propizio per mettersi in moto. I “negoziati” con Teheran si sono rivelati niente altro che un espediente per prendere tempo.

Altro che improvvisazione, altro che superficialità: “Epic Fury” è stata preparata con molta cura. Resta da capire quando finirà. Non è il caso di azzardare una previsione. Certo appare solo il fatto che la catena di comando militare della Repubblica Islamica non potrà sopravvivere a lungo sotto l’attuale livello di fuoco cui è sottoposta da americani e israeliani. Che cosa potrà venire dopo non si sa. L’obiettivo di Washington e Tel Aviv non sembra quello di un cambio di regime (l’opposizione agli ayatollah non è al momento in grado di offrire un’alternativa), quanto piuttosto quello di rendere inoffensivo l’Iran dello sciismo rivoluzionario. E pare che ci stiano riuscendo. Hormuz o non Hormuz.

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