La prima sconfitta di Giorgia ha un sapore amaro. S’è impegnata negli ultimi giorni fino allo spasimo. È andata perfino da Fedez. Ma stavolta non ha fatto il miracolo. Sì, d’accordo, nessuno fa miracoli. Però, una volta che il miracolo mancato è certificato da un referendum popolare, un po’ di impressione la fa. Meloni ha perso l’aura dell’imbattibilità.
Superwoman esiste solo nei fumetti e nei cartoni animati, lo sappiamo bene. Ma, in questi tre anni e mezzo di governo, Giorgia è sembrata appartenere a mondi lontani e stratosferici. Ora è ripiombata sulla terra, umana troppo umana, esposta, come ogni leader politico, ai venti contrari della storia. Difficile capire, al momento, che cosa comporterà questa incrinatura di immagine. Potrebbe anche non comportare nulla: la premier ha tutte la qualità, la forza e la determinazione per risollevarsi e rilanciare il suo carisma.
Però alcune riflessioni le si impongono, ineludibili. Tanto per cominciare dovrà fare pulizia nel suo mondo, nella sua squadra. Troppa gente le sta procurando troppi danni. Prendiamo il caso del sottosegretario Andrea Delmastro. Va bene che appare sospetto il fatto che il caso sia scoppiato nei giorni finali della campagna elettorale (la famosa “manina” evocata da Meloni), però il fatto resta ed è un fatto grave. Non ci si mette in società con una diciottenne che appare in tutta evidenza la prestanome del padre (in carcere) che a sua volta è il prestanome della camorra. Non ci sarà dolo, però leggerezza e irresponsabilità ci sono, eccome se ci sono. E questo, un sottosegretario (alla Giustizia, per giunta) non se lo può proprio permettere.
Stesso discorso vale per la “zarina” del ministero di via Arenula, Giusi Bartolozzi, che ha messo in serio imbarazzo la premier con le sue dichiarazioni sconsiderate sulla magistratura come “plotone d’esecuzione”. La capo di Gabinetto del ministro Carlo Nordio doveva già essere rimossa dal suo incarico, a suo tempo, per la pessima gestione del caso Almasri. Ma si è preferito lasciarla al suo posto secondo la logica tribale della difesa dei “nostri” anche quando la fanno grossa. Una moderna destra di governo si dovrebbe liberare da certi meccanismi mentali arcaici.
Nell’immediato, questa sconfitta referendaria potrà complicare il cammino verso la nuova legge elettorale. Le opposizioni si rivolteranno contro il governo con l’accusa di truccare il gioco per superare il momento di difficoltà e assicurarsi la vittoria alla Politiche del 2027. Certo, sarà dura. Ma Giorgia ha la maggioranza in Parlamento per farsi approvare la legge che vuole. Dovrebbe incoraggiarla il precedente di Silvio Berlusconi, che dopo il disastro delle elezioni regionali del 2005, introdusse il proporzionale con premio di maggioranza. Il famoso Porcellum. E per un soffio non rivinse le elezioni politiche del 2006. La politica non è roba per Boy Scout, ma per gente dura e concreta. Meloni lo sa bene. Dovrebbe andare avanti con il nuovo sistema di voto senza farsi condizionare dalle urla dell’opposizione e dalle reprimende della stampa.
Non abbiamo dimenticato qualcosa? Sì, non abbiamo parlato dei vincitori del referendum, Elly Schlein e Giuseppe Conte. Il risultato delle urne spinge in avanti la politica del campo largo. Ma attenzione, anche qui non mancano le spine. La leader del Pd da oggi è certo più forte, dentro e fuori il suo partito. Ma l’alleato rivale Conte non vuol saperne di consegnare a Elly lo scettro della canditura a premier solo perché il Pd è il partito più votato a sinistra. Pretenderà le primarie e Schlein non potrà dire di no. Sulla carta dovrebbe prevalere lei. Ma dai gazebo può sempre venire qualche sorpresa. «Non ci hanno visti arrivare», disse Schlein quando vinse, sempre ai gazebo, nel 2023. Stavolta, che è lei la favorita, è bene che si guardi con attenzione intorno…



