Sull’altra faccia della medaglia della rete assistenziale di base ci sono i sindaci, la massima autorità sanitaria cittadina. Il più delle volte impreparati e costretti a “ratificare”, per esempio, un provvedimento di Tso in breve tempo e in perfetta solitudine. Sono gli anelli terminali del sistema.
Giorgio Cortellesi, sindaco di Amatrice, i fatti di Modena dimostrano che il sistema medico territoriale mostra qualche falla. Quali problemi ha riscontrato durante gli anni della sua esperienza amministrativa, considerando che spesso, in fase di concessione del Trattamento sanitario obbligatorio, è spesso stato costretto a fronteggiare situazioni di forte tensione?
«Rappresento un piccolo centro, ma permeato da forte disagio sociale. Le ferite del post terremoto sono ancora vive. Pensi che il 20 per cento della popolazione di Amatrice è assistita dai servizi sociali, in termini assoluti è un dato sconvolgente. Anch’io vivo momenti di tensione soprattutto quando i medici non si prendono la responsabilità di disporre un sto per un soggetto fino a quando non succede qualcosa di eclatante. Talvolta ho avuto anche uno scontro con loro costringendoli a firmare il provvedimento. C’è anche un altro dato di fatto: molte di queste persone alle prese con patologie del genere, non chiedono volontariamente di farsi seguire perché credono di non essere malate. Andrebbero costrette, ma non si può. Le cito il caso di una ragazza tossicodipendente e alcolista, non siamo riusciti a convincerla a farsi assistere. Appena ha commesso il numero sufficiente di reati per procedere all’arresto è stata trasferita in una Rems (Struttura sanitaria con misura di sicurezza detentiva, ndr) dove ha cominciato a ricevere le prime cure. Persone in queste condizioni, è bene ricordarlo, sono delle potenziali bombe a orologeria. Sono innocue fino a quando non decidono di commettere reati molto rilevanti, com’è successo a Modena».
Sindaco, perché i medici sono talvolta reticenti nel disporre il Tso?
«Perché la rete territoriale sanitaria è carente in uomini e mezzi. Per trasferire un paziente occorre un’ambulanza, poiché l’ospedale più vicino è a un’ora di distanza, c’è il rischio che il paese resti scoperto. Quindi non si assumono la responsabilità di disporre il Tso, soprattutto se considerano che una persona abbia disturbi blandi».
Il sindaco firma l’ordinanza nella sua veste di autorità sanitaria locale. Spesso, però, si trova a dover avallare d’urgenza la proposta di due medici, uno di base e uno psichiatra, senza avere le competenze cliniche per valutare l’effettiva necessità del trattamento. C’è la sensazione di sentirsi soli e anche un po’ eterodiretti?
«In verità sempre. Anche perché ci sentiamo addosso una responsabilità enorme, senza competenze né autorità. Ci esponiamo a rischi perché siamo alle prese con un servizio oggettivamente carente. Stiamo provvedendo ad aprire una struttura di accoglienza in zona, ma è destinata a ospitare persone che decidano volontariamente di farsi assistere. Parliamo di persone che spesso non fanno più distinzione tre bene e male o tra vita e morte perché non sono più presenti a sé stesse. Sono persone diverse, cambiate per sempre».
Molti suoi colleghi che guidano città medio-grandi chiedono più fondi per le strutture di accoglienza per gestire i percorsi per le persone che hanno in generale disturbi della personalità. Ma soprattutto chiedono che rafforzi la rete medica territoriale perché è da qui che i cittadini attendono risposte. Cosa ne pensa?
«Dico che hanno ragione, ma oltre a chiedere un aumento complessivo delle risorse andrebbe meglio ottimizzata la rete di assistenza. Le parlo di Amatrice. Qui c’è un clima sociale difficile. Abbiamo tutto sommato reagito al dramma del terremoto, ma molti sono crollati nel momento della consapevolezza, aver compreso che niente sarà come prima è stato un trauma dal quale non si riprenderanno. Predisporre una rete di assistenza per tanta gente e poi convincerla a farsi aiutare non è semplice. Poi basta che uno psicologo venga trasferito per perdere tutto il lavoro fatto. Il paziente perde il suo interlocutore di fiducia e non ci torna più. Il problema è molto complesso anche nelle sue sfaccettature. Le cito un altro caso. Un ragazzo con problemi mentali ha appiccato un incendio a un capannone. Il giudice ha respinto l‘istanza di carcerazione sostenendo che l’incendio era di natura accidentale. Il giorno dopo, questo ragazzo ha ricominciato di nuovo a creare problemi. Ora, se io avessi insistito per disporre il Tso l’avrebbero tenuto in cura solo sette giorni e poi l’avrebbero rilasciato quando sappiamo che per curare un individuo del genere occorrono mesi, se non anni».



