Superato ogni ragionevole dubbio di essere giunto a fine corsa, Keir Starmer ha gettato la spugna, si è dimesso da leader laburista e, di conseguenza, da primo ministro britannico. Lo ha fatto, commuovendosi, a favore di telecamere e macchine fotografiche davanti all’ingresso di Downing Street. È il sesto premier bruciato dalla Brexit il cui decennale, curiosamente, cade in questi giorni. Ed è anche curioso constatare come il Paese della stabilità politica per eccellenza assomigli sempre di più all’Italia che fu, quand’era alle prese con i gioiosi governi balneari.
Starmer ha ammesso che la domanda che il suo partito si stava ponendo era se lui fosse la persona più adatta a guidarlo alle prossime elezioni generali e ha detto di aver ascoltato la risposta della dirigenza laburisti e di accettarla con serenità. «Ogni decisione che ho preso – ha detto – è stata dettata dal mettere al primo posto il Paese che amo». Prima di annunciare le dimissioni, Starmer ha dichiarato di aver ereditato un Partito Laburista «in bancarotta politica, finanziaria e morale». Ha affermato di essersi sentito ripetere più e più volte che il partito era finito, ma di aver dimostrato che si sbagliavano, di aver cambiato il partito sradicando il veleno dell’antisemitismo, ripristinando la fiducia nell’economia, nella difesa e nella sicurezza nazionale.
Starmer ha reso noto di aver chiesto al Comitato esecutivo nazionale del Labour di avviare la procedura per l’elezione del nuovo leader, con l’apertura ufficiale delle candidature fissata per il 9 luglio. Secondo il premier uscente, il calendario consentirà al partito di scegliere il successore entro il ritorno del Parlamento a settembre, garantendo così una transizione ordinata alla guida del governo e del partito.
«In caso di competizione, ciò garantirà che un nuovo leader sia in carica prima della ripresa dei lavori parlamentari a settembre – ha spiegato Starmer – ha assicurato di restare in carica come Primo Ministro fino alla conclusione della competizione e farò tutto il possibile per garantire un passaggio di poteri ordinato». La pausa estiva della Camera dei Comuni inizierà il 16 luglio e quindi, se l’ex sindaco di Manchester Andy Burnham non avrà avversari, come sembra sempre più probabile, nonostante Wes Streeting avesse precedentemente affermato che si sarebbe sicuramente candidato, diventerà Primo Ministro a metà del mese prossimo. In caso di competizione, il nuovo Primo Ministro entrerà in carica entro la fine di agosto. La Camera dei Comuni riprenderà i lavori dopo la pausa estiva il 1° settembre.
Burnham viene indicato come il principale candidato alla successione di Starmer alla guida del Partito laburista e del governo britannico. Rientrato alla Camera dei Comuni dopo il successo, da sfavorito, nel voto suppletivo di Makerfield, Burnham avrebbe già raccolto, secondo i conteggi riportati dai media britannici, il sostegno di oltre 300 dei 403 deputati laburisti. Una maggioranza che potrebbe consentirgli di presentarsi come candidato unitario, limitando la corsa di altri possibili pretendenti, tra cui l’ex ministro Wes Streeting. Burnham, soprannominato “il re del Nord”, appartiene all’ala più progressista del Labour ed è reduce da un risultato elettorale che ha fermato, nel collegio di Makerfield, l’avanzata del Reform Uk guidato da Nigel Farage, che ha già chiesto le elezioni politiche anticipate.
Com’è stato possibile che in poco meno di due anni Starmer si sia ridotto così dissipando una maggioranza schiacciante, forte dei due terzi dei seggi a Westminster e precipitando nel consenso dei britannici? Per una ragione molto semplice: ha sempre detto di capire poco o nulla di politica, che per uno che ambisce a governare un grande paese come il Regno Unito non è un bel biglietto da visita. Per questa ragione è rimasto l’avvocato tutto d’un pezzo che un giorno ha bussato alla porta del Partito Laburista. Il suo approccio, lontano dagli intrighi di palazzo, è sempre stato legalista e quindi alquanto avulso anche dalle passioni e dalle battaglie ideologiche che attraversano i partiti. Non ha mai compreso fino in fondo i dissidi razziali che stanno dilaniando la società britannica pensando di risolverli con il pugno duro e non ha avuto incertezze nell’inaugurare una stagione di tagli lacrime e sangue. Ha accusato senza mezzi termini i conservatori di aver perduto etica e moralità salvo scoprire che il suo stesso governo non fosse così irreprensibile.
Fino al caso che lo ha definitivamente destabilizzato. Ossia la nomina del controverso Lord Mandelson ad ambasciatore a Washington finito del tritacarne dello scandalo Epstein arrestato nel febbraio scorso con l’accusa di condotta illecita e diffusione di informazioni governative riservate nell’esercizio di funzioni pubbliche. Lì si è capito quanto Stermer fosse davvero inadeguato a ricoprire un compito così complesso. Aveva ragione lui: «I don’t get politics» (Non capisco la politica).



