Il tempo a disposizione sta finendo. Fino a lunedì 13 luglio è possibile presentare gli emendamenti (uno sicuramente riguarda il voto ai fuorisede, in primis gli studenti) al testo della nuova legge elettorale, la cosiddetta “Stabilicum”. La maggioranza, apparsa sempre piuttosto compatta sulla volontà di portare gli italiani alle prossime politiche con un nuovo meccanismo, si è inaspettatamente spaccata sulle tanto controverse preferenze fino a giungere al muro contro muro: Fratelli d’Italia e Noi moderati le vogliono; Forza Italia e Lega non ne vogliono sapere. In attesa di chiudere la liturgia degli emendamenti, i partiti, come sempre, si sfidano sul terreno delle dichiarazioni.
Nella tarda serata di giovedì, Matteo Salvini si è lasciato andare a qualche considerazione che rischia di ingenerare nuove fibrillazioni. Il leader leghista non chiude del tutto alle preferenze. «Io sono sempre stato eletto con le preferenze sia a Milano sia a Bruxelles – sottolinea – ma questo non toglie e non aggiunge nulla. I tecnici sono al lavoro. Non abbiamo precondizioni”. Una posizione, dunque, non preconcetta, almeno in chiaro. Anche se – spiega qualcuno dal partito – sul punto esiste qualche resistenza interna ai leghisti. Forza Italia resta dubbiosa. E la riunione degli sherpa a via della Scrofa per il momento non ha sciolto i nodi. Ma si continua a lavorare e non si può del tutto escludere che il tema sia stato in qualche modo toccato a margine della riunione che ha avuto al centro la sicurezza tenutasi a Palazzo Chigi con la premier, i suoi vice e alcuni ministri. Riccardo Molinari, capogruppo alla Camera del Carroccio, recita invece il de profundis alle preferenze: «Pensiamo che oggi andare a ricambiare il testo su un tema sensibile come quello delle preferenze sia molto complicato. Però, detto questo, come ha ribadito il segretario, stanno lavorando i nostri esperti, per noi c’è Roberto Calderoli, insomma, che siede al tavolo, e vedremo se si troverà una forma di mediazione. Però la vedo molto difficile».
Giovanni Donzelli, responsabile dell’organizzazione di FdI, prova a stroncare ogni polemica: «Martedì si va in Aula, si inizieranno a votare le pregiudiziali e nel pomeriggio partirà l’iter in Aula. A parte il rinvio di una settimana, che è stato deciso su richiesta delle opposizioni per consentire lo svolgimento di un’importante manifestazione a Napoli, noi abbiamo accolto quella richiesta con la massima collaborazione istituzionale. L’obiettivo sul quale stiamo lavorando è cercare di presentare tutti gli emendamenti firmati da tutto il centrodestra. Non c’è la volontà di mettere il voto di fiducia. Poi dipende anche dal prosieguo del dibattito e dal comportamento delle opposizioni, però con il contingentamento dei tempi alla Camera non c’è motivo di mettere la fiducia».
Patrizio Rampelli si spinge oltre: «L’importante che si voti l’emendamento che reintroduce le preferenze con voto palese. Sono da sempre convinto che debbano essere i cittadini a scegliere i parlamentari. Chi crede nella democrazia non può pensare di decidere nelle segrete stanze di partito i nominati. I leader decidono i ministri e i vertici delle Stato. E questo è già un grande potere. Siano i cittadini a decidere chi mandare in Parlamento». Antonio Tajani, leader di Forza Italia, tira dritto: «Non è che sceglie la Meloni. È il Parlamento che sceglie. Abbiamo presentato una proposta di Legge, se devono essere presentati degli emendamenti” anche sull’introduzione delle preferenze “verranno presentati alla ripresa e saranno frutto di una discussione all’interno dei Gruppi parlamentari del centrodestra. I tecnici sono al lavoro».
Dall’opposizione, Maria Elena Boschi, presidente dei deputati di Italia Viva, sfida la maggioranza: «Sulle preferenze sono spaccati. Fratelli d’Italia dice di volerle, ma nei fatti non ha presentato un solo emendamento. Italia Viva lo ha già depositato. Se fanno sul serio votino il nostro, altrimenti è solo un bluff. Le preferenze restituiscono ai cittadini il diritto di decidere e sono proprio quello che migliaia di persone ci stanno chiedendo nelle piazze con la nostra raccolta firme. E chi dice che penalizzano le donne sbaglia due volte: se davvero vogliamo garantire pari opportunità introduciamo la doppia preferenza di genere, che ha già funzionato».
Federico Fornaro del Pd, componente della commissione Affari costituzionali della Camera, attacca invece sulla riforma del voto degli italiani all’estero: «Sono sempre più insistenti le voci riguardo alla volontà della maggioranza di presentare un emendamento di riduzione da quattro a due delle circoscrizioni estere alla Camera e a una sola circoscrizione mondiale al Senato. Si vorrebbe introdurre una modifica per eleggere quattro senatori che dovrebbe rappresentare l’intera comunità di nostri connazionali nel mondo con buona pace del rapporto eletto-elettore».
Ricordiamo che la proposta di modifica del sistema elettorale delle Camere si fonda su questi punti salienti:
- eliminazione della componente uninominale del sistema vigente e dei collegi uninominali, fatti salvi i casi particolari previsti dall’articolato per la Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige;
- attribuzione dei seggi con metodo proporzionale, su base nazionale per la Camera dei deputati e su base regionale per il Senato della Repubblica, in coerenza con i principi costituzionali di rappresentatività delle assemblee elettive;
- introduzione di un premio di governabilità numericamente predeterminato, pari a 70 seggi per la Camera dei deputati e 35 per il Senato della Repubblica, attribuito alla lista o coalizione che abbia conseguito la maggiore cifra elettorale e almeno il 40% dei voti validi nell’Assemblea di riferimento;
- attribuzione dei seggi esclusivamente con metodo proporzionale qualora non ricorrano le condizioni previste per l’assegnazione del premio di governabilità;
- previsione di una soglia di sbarramento al 3%;
- indicazione obbligatoria del nominativo da proporre per l’incarico di Presidente del Consiglio in sede di presentazione delle liste, quale elemento di trasparenza dell’offerta politica fatte salve le prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica.



