di Carlotta Wittig
‘Attacca! Attacca!! Attacca!!!’
‘Non ammettere niente, nega ogni cosa.’
‘Qualunque cosa accada, rivendica la vittoria e non ammettere MAI la sconfitta!!’
Questi tre precetti, che sicuramente hanno ispirato e ispirano il delirante comportamento di Trump nei confronti dell’Iran, provengono da matrice remota. Hanno nome e cognome. E una data di nascita: 1973. L’anno in cui il giovane Donald incontrò nella più esclusiva ‘discothèque’ di Manhattan – si chiamava “Le Club”, l’aveva inventata un francese – il suo secondo Belzebù.
Il primo fu un dono (spinoso) del Karma. Si chiamava Fred Trump ed era suo padre. Si era costruito una fortuna immobiliare a Brooklyn e nel Queens negli anni a cavallo della seconda guerra mondiale. La sua idea circa l’educazione del suo primogenito (Fred) e del secondogenito (Donald) – le femmine contavano poco – era salmodiare ossessivamente sulle loro attente testoline ‘Sii un assassino, sii un re! – Sii un assassino, sii un re! – Sii un assassino, sii un re!’.
Che il maggiore sia morto alcolizzato a 42 anni, e l’altro sia diventato il caso umano ‘Donald Trump’ non ci dovrebbe scandalizzare più di tanto.
Il secondo Belzebù, quello che insegnò a Donald ‘come’ diventare Re a Manhattan passando ovviamente per la via del Killer, si chiamava Roy Cohn.
Era il ferino avvocato newyorkese che s’era guadagnato un posto di spicco nelle agitate tribune del Male al tempo del processo Rosenberg. Fu proprio grazie alle sue trame che Ethel Rosenberg venne condannata a morte. Fu mandata a ‘friggere’, come si ama dire in quel soave Paese a stelle e strisce, sulla sedia elettrica in compagnia del marito. Oggi sappiamo che la donna era innocente. Perfino il temibile Hoover, capo dell’FBI, premeva per il carcere, gli seccava alienarsi la pubblica opinione. Dopotutto, benché comunista e accusata di spionaggio, Ethel era madre di due bimbi in tenerissima età. Ma Cohn, luciferino integralista, riuscì a estorcere a Greenglass, fratello di Ethel, la falsa testimonianza che spedì la sorella sulla sedia. Caino e Abele, con la variante che la vittima è femmina. Se facciamo il male, non badiamo a spese. Facciamolo atroce. Facciamolo biblico. Terrorizziamo ‘il borghese’.
Donald Trump nel ‘73 era un bel ragazzo americano, alto, biondo naturale, figlio di un facoltoso palazzinaro, ma ancora sensibilmente disorientato negli ardui labirinti di Manhattan. Per farsi accettare nell’iperselettivo ‘Le club’ aveva dovuto implorare. Ma non s’era umiliato invano. Roy Cohn lo trovò simpatico, lo invitò al suo tavolo. Il suo naso di profumiere d’alta classe fiutò subito nel bel ragazzo biondo la giusta creta su cui imprimere il suo sigillo micidiale. Nacque quella sera, tra i due, un sodalizio d’acciaio, che durò più di dieci anni, con vantaggi clamorosi per entrambi.
‘Quando l’Allievo è pronto, il Maestro appare’, recitano in coro tutte le discipline spirituali. Vale anche per gli adepti del demonio. Dio o Satana, è sempre di fede che parliamo. E Donald, all’inizio, si lasciò intridere dal Verbo di Cohn con straordinaria arrendevolezza. Più che giustificata, considerando i fatti. Roy gli fece vincere, a dispetto del papà che voleva patteggiare, una causa assai pericolosa contro il Governo degli Stati Uniti. La Trump Management era stata accusata di discriminazione razziale negli affitti dei loro 14.000 appartamenti. L’accusa – fu dimostrato – corrispondeva a verità.
Ma Cohn, con mossa spericolata e abilissima contrattaccò, chiedendo 100.000.000 di dollari di risarcimento allo Stato per danni d’immagine. Accusò l’FBI di metodi ‘da Gestapo’, e riuscì a sfinire il Dipartimento di Giustizia. Grandi manovre, grande risultato. I Trump ottennero, nel ‘75, un accordo senza alcuna ammissione di colpevolezza. Ne uscirono, insomma, con fedina morale illesa. Almeno per quel che riguardava il credito presso le Grandi Banche e la salvaguardia dei sussidi statali, vale a dire le fondamenta del loro impero.
Da quel momento Donald cominciò a risalire nella stima del padre. Che finora gliene aveva accordata pochissima. Secondo lui il carattere impulsivo e testardo del secondogenito, unito a idee fumose e inutilmente grandiose ne avrebbero fatto un sicuro perdente nel campo degli affari. Si capisce assai bene, quindi, perché la fiducia e la devozione di Donald verso Cohn ne uscissero oltremodo rafforzate. Divenne il suo mentore dichiarato, il suo Libro Sacro.
Altri versetti della Bibbia Cohn s’impressero a fuoco nella bionda testa del giovane Donald:
‘Devi essere pronto a fare qualsiasi cosa a chiunque pur di vincere’
‘Usa la legge come arma di distruzione, non per fare giustizia’
‘Verità e Realtà non sono dati di fatto. Ripeti una bugia aggressivamente, ossessivamente: diventerà la verità pubblica’
Anche se non così apertamente enunciati, come fa il Cohn dell’iraniano Abbasi nell’ottimo film ‘The apprentice’, rappresentano la quintessenza di come l’avvocato Cohn si muoveva. Con la legge, coi media, nel privato. Peggio lo vedeva comportarsi e più Donald lo ammirava. E lo assorbiva, anètico e goloso come una spugna.
Nell’84 Cohn ricevette la diagnosi definitiva: era malato di AIDS. E’ fin troppo facile tirare in ballo la severa Nemesi, ma in questo caso non se ne può fare a meno. Omosessuale mai dichiarato, Cohn aveva perversamente perseguitato centinaia di omosessuali negli anni ‘60, sotto l’egida di McCarthy ( che non ce l’aveva solo coi comunisti, ricordiamolo). Invano Cohn cercò di spacciare il tragico declino per ‘tumore al fegato’, tutta New York sapeva. E lo scansava. Donald, allora, fedele agli insegnamenti del Maestro, lo abbandonò.
‘Circondati solo di vincenti, azzera l’empatia, taglia senza rimorso i rami secchi (i perdenti)’, gli aveva inculcato Cohn.
Ora, distrutto dall’Aids e da un rovinoso processo che gli costò la radiazione dall’albo, il Maestro precipitava senza remissione nell’affollata valle di quelli che più aveva detestato, umiliato e offeso durante tutta la sua vita: i vinti.
Riconobbe, il morente, che l’allievo stava semplicemente mettendo in pratica uno tra i più spietati dei suoi precetti? Sicuramente sì. Non aveva mai smesso di essere intelligente. Ne fu felice? Raggiante, si suppone. Come un soldato centrato in pieno ventre dal ‘fuoco amico’ di uno SCAR 17.
Tutti questi fatti – circa il Signor Trump e i suoi due Padri – sono noti e accessibili a tutti gli esseri umani di buona volontà da decenni. Dovremmo solo metterli in fila. E ricordarli.
Forse smetteremmo di chiederci ogni singolo giorno, ogni nanosecondo, dalla mattina alla sera: ‘E’ pazzo? Ha l’Alzheimer? E’ posseduto? E’ sotto ricatto da parte di Netanyahu per via dei file Epstein? O è solo un cinico business-man che approfitta della carica presidenziale per arraffare montagne su montagne di criptovalute? ’
Un bimbo ossessivamente cullato dal Padre/Patriarca sulle note di ‘Be killer! Be king!’, non ha che tre scelte davanti a sé: il suicidio, se non gli riesce né l’assassino né il re – ribellarsi sentitamente a entrambi i ruoli e farsi monaco trappista – o diventare Donald Trump.
Il perfetto allievo. L’obbediente. La mela avvelenata della Regina Grimilde. Letale, ma alla nascita certamente non lo era.
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Accidenti! Una chiave interessante per capire l’orrido regnante, brava!