Venti di guerra e minacce senza fine. I pasdaran non mollano la presa lo Stretto di Hormuz resterà chiuso fino a quando le aggressioni non si fermeranno. E Washington risponde alzando il tiro. Donald Trump nel mentre ha convocato il Consiglio di sicurezza nazionale nella Situation Room, trasformando la riunione in un vertice di guerra. L’obiettivo dichiarato è sbloccare lo Stretto e chiudere il dossier nucleare. Il presidente ha tuonato: “Distruggeremo tutte le loro centrali e tutti i loro ponti, a meno che non si siedano al tavolo delle trattative. Gli attacchi andranno avanti fino a quando non dirò basta”. Sul tavolo ci sono raid mirati vicino a Hormuz e, se non basteranno, colpi alle infrastrutture energetiche iraniane per azzerare le entrate petrolifere. Non è esclusa nemmeno l’ipotesi di prendere il controllo di Karg Island, da dove parte il 90% dell’export di Teheran. A 140 giorni dall’inizio delle ostilità, la guerra entra in una fase nuova. Restano 60 giorni al termine fissato dal memorandum of understanding per un accordo di pace. Trump vuole chiudere prima delle elezioni di metà mandato di novembre e prima che il petrolio torni a schizzare. Teheran punta a resistere, sperando che il blocco non affondi un’economia già debole. In parallelo proseguono i colloqui Usa-Libano a Roma sulle “zone pilota” da cui Israele dovrà ritirarsi. Il ritiro e la crisi iraniana saranno al centro del possibile incontro lunedì alla Casa Bianca tra Trump e *Netanyahu*, anticipato dai media israeliani. Hormuz è il cuore del braccio di ferro. Trump spinge sull’acceleratore, i pasdaran rispondono col blocco. Nessuno vuole cedere per primo. La strategia Usa è chiara: strangolare l’Iran economicamente per costringerlo a trattare. Dopo il fallimento del memorandum, Washington passa da raid tattici a minacce strategiche. L’Iran risponde con la chiusura di Hormuz e una guerra di logoramento a bassa intensità. Sa che il tempo gioca contro Trump, pressato dal calendario elettorale e dai prezzi dell’energia. Il fattore X resta Israele. Un incontro Trump-Netanyahu alla vigilia di nuovi raid complicherebbe ulteriormente il quadro. E il blocco dimostra che il confronto si è già spostato sul mare. Risultato: siamo in una fase di “resistenza reciproca”. Nessuno vuole la guerra totale, ma entrambi la stanno usando come leva.



