L’Italia in deficit, perché non è il ritratto di un Paese in dissesto

giovedì, 24 Settembre 2026
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Un decimo di deficit vale circa due miliardi e basta a tenere il Paese sotto procedura europea. È il sintomo di regole che misurano i decimali e ignorano la sostanza economica.

L’Italia ha chiuso il 2025 con un deficit pari al 3,1% del Pil, in miglioramento rispetto al 3,4% dell’anno precedente, con un saldo primario salito allo 0,8% e un debito pubblico al 137,1%. Dietro questi numeri c’è un’economia che si muove: il Pil nominale ha superato i 2.265 miliardi di euro, gli investimenti fissi lordi sono cresciuti del 3,9%, le esportazioni dell’1,7%. La crescita reale si è fermata allo 0,6%, ma nel secondo trimestre del 2026 il Pil è avanzato dell’1% su base annua. Non è il ritratto di un Paese in dissesto, ma quello di una grande economia industriale che chiede spazio per crescere.

Il dato che il dibattito europeo tende a dimenticare è il saldo primario. Prima di pagare gli interessi, lo Stato italiano incassa più di quanto spende. Non è un’eccezione recente: l’Italia ha registrato avanzi primari quasi ininterrottamente dagli anni Novanta fino alla pandemia, un record di disciplina che pochi partner europei possono vantare. A questo si aggiungono un risparmio privato tra i più elevati dell’Unione, un indebitamento delle famiglie contenuto e una posizione patrimoniale netta verso l’estero tornata positiva. Il deficit italiano, oggi, è quasi interamente il costo degli interessi, circa il 3,9% del Pil, cioè l’eredità del debito passato e non il prodotto di una gestione corrente fuori controllo.

Eppure la differenza tra un deficit al 3% e uno al 3,1%, poco più di due miliardi su un’economia di oltre duemiladuecento, basta a mantenere l’Italia sotto procedura per deficit eccessivo. È qui che le regole europee mostrano il loro limite. La soglia del 3% nasce come convenzione politica più che come verità economica, e la riforma del Patto di stabilità, pur introducendo percorsi di spesa pluriennali, continua a non distinguere con sufficiente chiarezza tra spesa corrente e investimento. Un euro speso per sussidi improduttivi e un euro investito in una rete elettrica, in un centro di ricerca o in una linea produttiva pesano allo stesso modo nei parametri. Non a caso, quando l’Europa ha dovuto affrontare il riarmo, è stata costretta a introdurre deroghe: la prova che l’impianto, così com’è, non regge davanti alle priorità strategiche reali.

Il problema è anche di coerenza. Un sistema che tratta con la stessa severità un Paese in avanzo primario e uno che accumula disavanzi strutturali ben più ampi finisce per premiare la forma e punire la sostanza. E rischia di produrre effetti prociclici: comprimere gli investimenti proprio quando servirebbero a sostenere la crescita, che è l’unico strumento capace di rendere il debito davvero sostenibile. Quando la crescita nominale resta sotto il costo medio del debito, oggi vicino al 3%, anche avanzi primari robusti riducono il rapporto debito/Pil solo lentamente. La via d’uscita non è un decimale in meno, ma più Pil.

Chi difende l’impianto attuale sostiene che, con un debito al 137%, anche un decimo di scostamento possa incrinare la fiducia dei mercati e far salire lo spread. L’esperienza recente racconta altro: negli ultimi anni i mercati hanno premiato l’Italia per la stabilità dei saldi primari e per la tenuta dell’economia reale, il differenziale con il Bund si è ridotto e le principali agenzie di rating hanno migliorato il loro giudizio sul Paese. Gli investitori guardano alla traiettoria, alla crescita e alla credibilità complessiva, non al decimale sopra o sotto una soglia convenzionale. Allo stesso modo, il timore che una regola d’oro diventi un varco per spacciare spesa corrente come investimento è legittimo, ma si affronta con criteri rigorosi, non con un divieto generalizzato. Il Pnrr ha dimostrato che l’Europa sa costruire meccanismi fondati su obiettivi verificabili, scadenze e controlli indipendenti: basterebbe applicare la stessa logica a un perimetro definito di investimenti produttivi, energetici e strategici, certificati ex ante e monitorati nel tempo. Rinunciare a distinguere la spesa buona da quella cattiva per paura degli abusi significa trattare allo stesso modo chi costruisce e chi consuma.

L’Italia ha le carte per giocare questa partita. È la seconda manifattura d’Europa, con filiere esportatrici competitive e competenze di eccellenza nella meccanica, nell’automazione, nell’aerospazio, nella difesa, nella farmaceutica e nell’energia. Con la chiusura del ciclo del Pnrr, Roma dovrebbe portare a Bruxelles una proposta chiara: una vera regola d’oro che scorpori dai parametri gli investimenti produttivi e strategici, riconoscendo il merito di chi mantiene i conti primari in ordine. Sul fronte interno, l’agenda è altrettanto netta: energia a costi competitivi per l’industria, infrastrutture, innovazione tecnologica, capitale umano e produttività.

Il rispetto degli impegni europei resta un fattore di credibilità, ma l’Italia non può accettare che la propria politica economica si riduca alla contabilità dei decimali. Un Paese con questa base industriale deve rivendicare in Europa il diritto di investire sul proprio futuro.

Il debito si governa con la disciplina. Ma si rende sostenibile con la crescita.

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