Turi Munthe, giornalista, analista politico e imprenditore nel settore dei media ha presentato a Roma il libro: “Perché pensiamo quello che pensiamo. Anatomia delle opinioni”. (Ed. Corbaccio).

Nel libro l’autore fa un’indagine radicale sulle forze invisibili che plasmano le nostre convinzioni. Esiste un legame diretto tra la forma del nostro cervello, le nostre qualità estetiche e il voto che mettiamo nell’urna. Questa la tesi più spiazzante e discussa di Turi Munthe, giornalista e analista politico britannico, ex collaboratore di Economist e Guardian. Nel suo nuovo saggio smonta l’idea che le nostre convinzioni siano solo il frutto di un ragionamento razionale e astratto. Siamo andati con i nostri microfoni a trovarlo alla presentazione romana del libro moderata da Andrea Romano politico, storico ed ex direttore di Democratica testata online del PD.
Lei nel libro sostiene che la geografia, il clima, il cibo, l’agricoltura, la pastorizia, anche il Dna, come il caso dei gemelli, condizionano il pensiero umano. E fa una attenta analisi in tal senso. Addirittura si spinge a dire che la morfologia del terreno influenza le posture storiche, come quando ha approfondito la differenza tra il terreno granitico e calcareo della Vandea a motivo delle loro scelte nella storia: il nord granitico tradizionalista e il sud più progressista. Non sembra legittimare una teoria un po’ troppo deterministica? Per lei il libero arbitrio non esiste?
Certo assolutamente esiste. Ci credo nel ragionamento, nella capacità umana di ragionare. Però io parto dal fatto che noi siamo troppo convinti che ragioniamo e che non facciamo altro che ragionare, che tutte le nostre idee sono delle bellissime cose astratte che creiamo nel vuoto. Io sto provando un po’ a farle ritornare nel concreto, nella storia, nella cultura, nella geografia, geologia e anche nella biologia, un po’ per assicurarci, per ricordarci di non prendere le nostre convinzioni troppo sul serio.”
In una parte del libro fa una provocazione: i belli stanno a destra e i brutti a sinistra? Ce lo spiega?
Sì. È proprio vero. Mediamente è così. Ci sono tanti belli di sinistra e tanti brutti di destra. Sin da piccoli, i genitori passano più tempo, guardano di più i loro figli belli piuttosto che quelli brutti o normali, no? A scuola la stessa cosa. Al lavoro la stessa cosa, c’è una penalizzazione per quelli che son meno belli fino al quindici per cento nel mercato americano. Cosa vuol dire? Che i belli hanno vissuto la vita a livello easy e quindi hanno successo. Perché son stati appoggiati da tutti intorno a loro. Hanno successo e quindi credono nella meritocrazia. Perché loro son riusciti a meritare il successo che hanno avuto senza rendersi conto che la meritocrazia loro è forse solo di essere bello, non necessariamente il loro genio lavorativo.
Come uscire dal suo stesso determinismo?
Una risposta forse strana. Però se siamo in tanti modi predisposti alle nostre credenze, le nostre opinioni, le nostre convinzioni, dalla geografia, alla cultura, alla storia, alla biologia e tutto il resto, l’unico modo veramente per liberarsene un po’, per uscire dalla prigione dei nostre pregiudizi è l’incontro con l’altro. Ed è per questo che per me il pluralismo è la cosa più importate che dobbiamo sostenere a tutti i costi.
L’intervista in video all’autore:



