Lo Stabilicum (dall’opposizione dispregiativamente ribattezzato Melonellum) non è una riformicchia o una legge a uso e consumo del centrodestra che l’ha approvata ieri. È un provvedimento serio, volto a rispondere alle esigenze di governabilità e stabilità (appunto) emerse in questi ultimi anni per fronteggiare le incertezze di un mondo in destabilizzazione perpetua.
L’opposizione, che protesta e grida alla “truffa”, fa ovviamente il suo mestiere di opposizione. Ma, a ben vedere, dovrebbe rallegrarsi del fatto che nel sistema elettorale italiano è inserito un meccanismo che consente da subito di conoscere chi ha vinto e chi ha perso le elezioni, in barba ai nostalgici dei governi tecnici e delle “ammucchiate” (come Giorgio Almirante definiva i governi di “unità nazionale” degli anni Settanta), una specie di nostalgici, questa, discretamente presente nei ranghi dell’opposizione. Basterà solo ricordare le stagioni precedenti il governo di Giorgia Meloni, quando l’Italia ha conosciuto per undici anni (dal 2011 al 2022) una sfilza di governi tecnici e di larghe intese o comunque con premier non indicati dal popolo elettore. Pensiamo ai nomi di Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni, Giuseppe Conte I e II nonché di Mario Draghi.
Né del resto possiamo considerare uno sfregio alla democrazia i 70 deputati in più e i 35 senatori in più che la nuova legge elettorale assegna alla coalizione che ha raggiunto il 42 per cento. E ciò per almeno due validi motivi. Primo perché la maggioranza parlamentare garantita dallo Stabilicum è del 55%, un livello tale da consentire di governare senza violare i diritti dell’opposizione. Secondo perché i parlamentari in aggiunta potrebbero anche essere inferiori di numero. Poniamo il caso che una coalizione ottenga il 47 o il 48 per cento dei voti: in tal caso, basterebbe solo una manciata di seggi per raggiungere la maggioranza prevista dalla legge.
Si può obiettare che la legge elettorale non garantisce di per sé la stabilità se poi emergono dalle urne maggioranze rissose quanto prive di un vero baricentro. E a ciò aggiungiamo il fatto che il record di durata del governo di Giorgia Meloni è stato in fondo ottenuto da una premier eletta proprio con la legge elettorale appena abrogata.
Giusto, ma proprio qui sta il punto. Nel senso che l’attuale maggioranza, con la nuova legge elettorale, ha voluto dettare il “metodo” della governabilità ai soggetti del sistema politico italiano. Questo “metodo” si basa su due punti: cultura politica condivisa all’interno della coalizione e premiership forte quanto carismatica. È proprio quello che, sia detto per inciso, manca al Campo largo, incapace di uscire dalla logica del cartello elettorale e di proporsi come vera alleanza politica. Lo Stabilicum lo sospingerà verso quest’ultima direzione e gli imporrà anche di risolvere il problema della leadership attraverso l’indicazione del candidato premier.
Insomma, l’esempio di Giorgia Meloni deve essere di giovamento per tutti. Gli esempi fanno del resto parte integrante della storia politica europea. Pensiamo, “si parva licet”, al modello presidenzialista offerto da Charles de Gaulle e dalla Quinta Repubblica francese. Questo sistema ha garantito la stabilità politica in Francia per almeno 60 anni (ancorché ora non più). Il sistema de Gaulle ha permesso, tra le altre cose, anche un “monarca repubblicano” di sinistra come Francois Mitterrand, che è stato arbitro della politica francese per la bellezza di 14 anni, entrando nella galleria dei grandi statisti europei. La leader di FdI e i suoi puntano a ottenere il risultato della governabilità con molto meno, cioè con una “semplice” legge elettorale.
Ecco, l’invito di portata storica contenuto nello Stabilicum è che l’Italia ridiventi una “fabbrica” di statisti. Che c’è di male o di truffaldino in tutto ciò?



