Bilancio Ue, Meloni lancia la sfida ai “frugali”. Ma dovrà vedersela con Merz

giovedì, 15 Ottobre 2026
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Giorgia Meloni contro l’Europa taccagna. Al Consiglio europeo che si è aperto oggi  a Bruxelles, la premier italiana non intende fare la parte della diligente scolara che presenta i “compiti” dell’austera politica fiscale e poi si ritrae in buon ordine. No, Giorgia è passata all’attacco alzando il vessillo della generosità lungimirante e chiamando a raccolta gli scontenti della micragna imposta dai “frugali” nordeuropei.

Materia del contendere è il bilancio pluriennale europeo che andrà definito entro la fine dell’anno. Non è un documento meramente contabile ma è, per così dire, il programma sociale, economico e tecnologico che l’Unione europea intende darsi per il futuro a medio termine. E, va da sé, non è neanche un atto politicamente neutro.

Spiazzando tutti, Meloni ha convocato stamattina, insieme al presidente romeno Nicusor Dan un prevertice riservato al gruppo degli  “Amici della Coesione”.  Ne è uscita una dichiarazione congiunta di 17 Paesi (tra i quali Spagna e Portogallo), una sorta di  piattaforma comune per il confronto che si è inaugurato oggi. Nel documento si  chiede  un «bilancio dell’Ue ambizioso, equo ed equilibrato, in grado di affrontare le nuove sfide salvaguardando al contempo le politiche fondamentali dell’Unione sancite dai trattati». In particolare, il documento elenca i quattro punti fondamentali per il gruppo: preservare la capacità operativa del bilancio dell’Ue; tutelare le dotazioni destinate alle politiche strutturali, tra cui la politica di coesione e l’agricoltura, sia in termini di finanziamento che di attuazione; un sistema di entrate più equo, non regressivo ed equilibrato; l’eliminazione gli sconti sui contributi nazionali al bilancio Ue di cui godono alcuni Paesi “frugali”.

Si tratta di una bella sfida, a cui ha già risposto quello che possiamo considerare il leader dei Paesi “taccagni”, cioè il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il quale s’è messo subito di traverso all’iniziativa del gruppo capitanato da Meloni.  Il capo del governo germanico ha dichiarato di pensarla in modo diametralmente opposto. Secondo Merz, il bilancio europeo è da «ridurre» invece che da aumentare. «Nessuno Stato membro dell’Unione europea -ha detto- può permettersi di versare contributi all’Unione europea di tale entità». E  poi: «Ci attendono negoziati molto, molto difficili. Non mi aspetto nemmeno che giungiamo a una conclusione in questi giorni».

Il cancelliere pare quindi consapevole che non sarà semplice neanche per lui far passare le sue idee. Ma alla fine un compromesso andrà pur sempre trovato. Il problema di Merz è che in questo momento è in grande difficoltà politica. Il suo cipiglio sdegnoso nasconde infatti una condizione di sostanziale debolezza. L’avanzata di AfD lo costringe a rimanere fermo sulla linea della austerità contro i Paesi dall’alto debito pubblico. L’opinione pubblica germanica è tradizionalmente contraria a ogni apertura verso l’Europa. Fosse stato per i tedeschi, l’euro non sarebbe neanche nato, legati come erano  al loro super marco. Fu Francois Mitterrand a imporre, a un riluttante Helmut Kohl,  la moneta unica in cambio della riunificazione del Paese. Ancor oggi, la maggioranza dei tedeschi non vuol sentir parlare di aperture (economiche) all’Europa. Ed è proprio lì, in quella vasta fascia di opinione, che pesca consensi AfD, un partito che originariamente nasce dall’iniziativa di un gruppo di economisti e di imprenditori che volevano tornare al marco.

Meloni si fa invece portabandiera di quei Paesi che hanno bisogno dell’aiuto europeo per modernizzare le loro strutture interne (a questo servono principalmente i fondi di coesione). L’obiettivo è quello di evitare l’Europa a “due velocità”, che alla fine non avvantaggia nessuno, compresi i Paesi “parsimoniosi” che hanno tutto da guadagnare dall’affermazione di un continente più unito e integrato. La partita sarà comunque dura.

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