Macron ruggisce in tv a reti unificate dopo i saccheggi del 17 ottobre. Triste e impressionante sul bilancio dopo gli scontri: 2.400 arresti, municipi incendiati a Limoges e Marsiglia, centinaia di poliziotti feriti. L’accusa: black bloc di estrema sinistra e bande criminali. Poi l’apertura sul caro-vita. Il volto tirato, toni gravi, bandiera tricolore alle spalle. Emmanuel Macron sceglie le 20 di domenica sera per parlare ad una Francia ancora con il fumo negli occhi. “Questa sera proviamo tutti rabbia e vergogna. Vedere le città, le strade delle nostre città devastate in questo modo è insopportabile. Nulla giustifica, nulla spiega quanto successo”. È l’incipit del discorso alla nazione dopo il sabato nero: una mobilitazione nazionale contro caro-vita e caro carburanti che si è trasformata in una delle più gravi ondate di violenza urbana dal 2023. Bilancio provvisorio: oltre 2.400 arresti, centinaia di agenti feriti, municipi incendiati a Limoges, assalti a Bordeaux e Marsiglia, negozi saccheggiati a Parigi, Lione, Marsiglia. Primo obiettivo del Capo dell’Eliseo far rispettare la legge. “Chi ha distrutto deve pagare. Chi ha saccheggiato deve risarcire. Saremo intransigenti, giustizia esemplare”. Annuncia poteri straordinari ai prefetti: potranno vietare manifestazioni quando necessario per proteggere città, edifici pubblici e negozi. E promette ai commercianti devastati una cellula di crisi a Matignon già da lunedì mattina, con indennizzi rapidi. Secondo: punta tutto sulla politica. Accusa esplicita: dietro i saccheggi gruppi di estrema sinistra e delinquenti, i soliti casseur che non vogliono protestare ma rubare il dibattito. Ma ed è la novità non liquida la piazza: “Diverse centinaia di migliaia di nostri concittadini hanno manifestato avanzando richieste legittime sul costo della vita e sul prezzo dei carburanti, rincari che lega alla guerra nel Golfo Persico, che la Francia non ha scelto ma ne subisce le conseguenze. Poi il colpo di scena istituzionale: il ministro dell’Interno Nunez presenta le dimissioni per il fallimento del dispositivo di sicurezza, l’Eliseo le respinge. Segno che l’esecutivo balla. Analizzando il discorso i fatti e la cronaca possiamo dire in sintesi che Macron ha detto tutto e il contrario di tutto, perché deve tenere insieme l’esecutivo. Da una parte deve fare il De Gaulle dell’ordine: a sei mesi dalle presidenziali, ogni vetrina sfondata è un voto regalato a Le Pen e Bardella. Ecco allora “rabbia e vergogna”, l’eco di Chirac dopo le banlieues, e la promessa muscolare di far pagare i colpevoli. Dall’altra non può fare il Macron del 2018 con i gilet gialli: allora minimizzò, poi fu costretto a 10 miliardi di concessioni. Oggi ammette che il caro-vita esiste, che non è colpa sua ma del Golfo Persico, e annuncia una missione nei Paesi del Golfo per garantire energia. È la prima volta che un presidente francese lega in diretta il prezzo della benzina alle crisi mediorientali. Il passaggio chiave però è un altro, ed è rivolto a se stesso: “Il Paese merita una bella elezione presidenziale tra sei mesi. Non si decide in piazza con la violenza, ma sui giornali, nelle tv, nelle riunioni pubbliche”. Tradotto: basta con le piazze. Macron sta blindando la prossima campagna elettorale. Sa che se l’autunno resta in strada, non va al voto: ci rotola. E allora distingue chirurgicamente: manifestanti buoni con cui dialogare, giovani in difficoltà da ascoltare, e cattivi da punire. Riuscirà? I più dicono che è difficile. Perché mentre a Milano si fermano 200 ragazzini, a Parigi se ne arrestano 2.400. Stessa matrice europea, stesso malessere: il potere d’acquisto che brucia e la rabbia che cerca un bersaglio. La differenza è che Macron ha sei mesi per disinnescarla.



