Scontri a Milano, la paura corre nelle chat: falsi allarmi e città in allerta

mercoledì, 21 Ottobre 2026
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Dopo le violenze del 17 e 18 ottobre, su WhatsApp, Instagram e Telegram si diffondono messaggi su presunti attacchi alle università, aggressioni sessuali e ronde contro gli stranieri. Le verifiche delle forze dell’ordine non hanno confermato le segnalazioni. Il fenomeno è noto come «fearmongering»: la diffusione, spesso intenzionale, di contenuti che alimentano la paura e condizionano i comportamenti, con conseguenze concrete per famiglie e cittadini.

A Milano, dopo gli scontri del fine settimana, la tensione si è spostata anche sugli smartphone. Da lunedì 19 ottobre, messaggi, audio e immagini hanno cominciato a circolare nelle chat, alimentando il timore di nuove violenze. Si parla di aggressioni, attacchi agli atenei, violenze sessuali organizzate e ronde contro gli stranieri. Alcuni contenuti riprendono immagini dei disordini precedenti, presentandole come se documentassero episodi appena avvenuti.

È il fenomeno del fearmongering, termine inglese che indica la diffusione, spesso intenzionale, di messaggi allarmistici per alimentare la paura e influenzare i comportamenti delle persone. In questo caso, audio, immagini e avvisi non verificati si propagano da una chat all’altra, spingendo anche genitori e studenti a modificare le proprie abitudini per timore di pericoli che non hanno trovato conferma.

Si sovrappongono così due piani distinti: da una parte gli scontri avvenuti in centro, con un bilancio di arresti, denunce e agenti feriti; dall’altra una serie di segnalazioni che, secondo le verifiche finora disponibili, non hanno trovato conferma. La differenza è sostanziale: documentare la violenza è una cosa, amplificarne la percezione attraverso notizie non verificate è un’altra.

Gli scontri e il bilancio delle violenze

Sabato 17 ottobre, il corteo contro il caro-vita promosso da Italia in Piazza ha riunito circa cinquemila persone. Secondo la ricostruzione della questura, le prime violenze si sono verificate poco dopo la partenza, con un fitto lancio di oggetti attribuito ad almeno duemila giovani. Il bilancio della giornata è stato di 72 persone accompagnate in questura, 16 arresti e 22 denunce.

Domenica la situazione si è ripetuta: altre 160 persone sono state accompagnate negli uffici di polizia, circa l’80% delle quali minorenni. Nel complesso, secondo i dati riportati, le persone accompagnate in questura sono 271, di cui 220 minorenni, con 32 arresti e 28 denunce. La Procura ha chiesto la custodia cautelare in carcere per undici maggiorenni, tra i 18 e i 20 anni, accusati, tra l’altro, di devastazione e saccheggio. Nelle prime decisioni del giudice per le indagini preliminari, quattro sono rimasti in carcere e uno è stato posto agli arresti domiciliari. Gli agenti feriti sarebbero più di cento. Sono questi gli episodi da cui prende forma il clima di allarme. Ma il fatto che una città abbia attraversato giornate di violenza non rende automaticamente attendibile ogni nuova segnalazione che circola online.

Università nel mirino, aggressioni e ronde: che cosa dicono le verifiche

Da lunedì 19 ottobre, sui telefoni di molti studenti sono arrivati avvisi relativi a presunti piani contro la Bocconi e la Iulm, a possibili violenze sessuali organizzate e a gruppi intenzionati a compiere ronde contro gli stranieri. I messaggi sono stati condivisi attraverso diversi canali, spesso accompagnati da audio, fotografie e video difficili da contestualizzare.

Le verifiche riferite dalle forze dell’ordine non hanno confermato gli episodi annunciati. A Pavia, i carabinieri hanno definito infondati alcuni allarmi e riferito di controlli nelle zone considerate sensibili, senza rilevare violenze o turbative dell’ordine pubblico riconducibili alle segnalazioni. Controlli rafforzati e preoccupazione tra le famiglie sono stati segnalati anche a Cremona e Ravenna. A Lodi è stata smentita una comunicazione relativa alla presunta chiusura delle scuole.

Le chat sono oggetto di attenzione da parte dei reparti specializzati delle forze dell’ordine. Resta tuttavia essenziale distinguere tra una segnalazione smentita, un episodio per il quale non sono emersi riscontri e una notizia deliberatamente costruita per ingannare: sono situazioni diverse, che richiedono verifiche e prove differenti.

La paura come moltiplicatore

Il punto non è soltanto stabilire se un singolo messaggio sia vero o falso. È capire come una notizia non verificata possa diventare credibile e produrre comportamenti collettivi prima ancora di essere controllata. Le chat private hanno una caratteristica decisiva: i messaggi arrivano spesso da persone conosciute, come amici, compagni di scuola o genitori. Questa vicinanza può far apparire affidabile un contenuto che, in realtà, non riporta una fonte identificabile. L’invito a «fare attenzione» o a «girare a tutti» rafforza poi la sensazione che sia necessario agire subito, anche quando mancano indicazioni precise su luogo, orario e origine della notizia.

In un contesto già segnato da scontri reali, il meccanismo può diventare ancora più efficace. Le immagini delle violenze precedenti costituiscono uno sfondo plausibile per nuovi racconti, mentre la ripetizione dello stesso allarme in gruppi diversi può essere scambiata per una conferma indipendente. Ma molti inoltri non equivalgono a molte fonti: possono essere soltanto la ripetizione di un’unica voce.

Non è necessario che ogni messaggio sia frutto di un piano coordinato perché si produca un effetto collettivo. È sufficiente che contenuti non verificati si diffondano in un clima di forte tensione e che le persone modifichino le proprie decisioni sulla base del rischio percepito. Per dimostrare un’eventuale regia intenzionale, invece, occorrono elementi specifici sull’origine e sulla diffusione dei messaggi.

Scuole e negozi: le conseguenze concrete

Gli effetti dell’allarme, secondo le segnalazioni raccolte, si sono tradotti in assenze scolastiche, preoccupazione tra le famiglie e chiusure anticipate di alcuni negozi del centro. Confcommercio avrebbe stimato in un milione di euro i danni economici legati alla situazione.

È un dato che richiede una precisazione: per capire quanto pesi la paura alimentata dalle chat occorre distinguere le perdite attribuibili agli scontri, quelle dovute alle eventuali misure precauzionali e quelle causate dal calo della clientela. Senza questa distinzione, il costo economico complessivo rischia di essere associato indistintamente a fenomeni diversi.

Resta il dato più significativo: anche un allarme privo di riscontri può cambiare la giornata di una città. Uno studente può rinunciare a uscire, un genitore può decidere di tenere il figlio a casa, un commerciante può anticipare la chiusura. La paura diventa così un fatto concreto, indipendentemente dalla veridicità della notizia che l’ha innescata.

La risposta delle istituzioni

Oggi mercoledì 21 ottobre si è aperto in prefettura il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. Al tavolo, secondo le informazioni disponibili, erano presenti il prefetto Claudio Sgaraglia, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il capo della polizia Vittorio Pisani, il sindaco Giuseppe Sala, il questore Bruno Megale e i procuratori di Milano e del tribunale per i minorenni.

Il ministro ha annunciato l’invio di 500 militari in città. Sala ha espresso particolare preoccupazione per sabato 24 ottobre, quando sono previste nuove proteste, sottolineando che la risposta non può limitarsi alla repressione.

Alla gestione dell’ordine pubblico si affianca una seconda esigenza: comunicare con tempestività informazioni verificate, smentire le notizie infondate e fornire indicazioni comprensibili a studenti, famiglie e commercianti. In una situazione di tensione, il vuoto informativo può infatti lasciare spazio alle voci, soprattutto quando i canali ufficiali non riescono a raggiungere il pubblico con la stessa rapidità dei messaggi privati.

Verificare prima di inoltrare

Per chi riceve un allarme, la prima precauzione è controllare se il messaggio indichi una fonte identificabile, un luogo preciso, una data e un orario. Foto e video vanno contestualizzati: un’immagine autentica può essere utilizzata per sostenere una notizia falsa se appartiene a un altro luogo o a un momento precedente. Prima di condividere un avviso è opportuno consultare i canali ufficiali della questura, delle forze dell’ordine, del Comune, dell’università o della scuola interessata. In assenza di conferme, è meglio non rilanciare il contenuto come se fosse una notizia accertata.

Dopo le violenze del fine settimana, Milano si trova quindi ad affrontare due problemi distinti ma collegati: la gestione degli scontri e la circolazione di allarmi non verificati. Il primo richiede indagini e misure di sicurezza; il secondo richiede verifiche rapide, comunicazione pubblica e responsabilità nella condivisione. Perché, anche quando la minaccia annunciata non trova conferma, la paura può già aver prodotto i suoi effetti.

Vittorio Zenardi

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