Magistratura e intelligence sono impegnate in questi giorni a capire se esista o no un piano di destabilizzazione dietro le devastazioni di maranza e affini a Milano. Ma, prima di immaginare complotti russi o altre forme di regia occulta dei disordini dell’ultimo week end, non è inutile focalizzare l’attenzione sui soggetti che tentano di deformare l’immagine del governo, attribuendogli pulsioni autoritarie e incitando di fatto i facinorosi a seminare il caos nelle città e a colpire le istituzioni unitamente alle forze dell’ordine che le difendono.
Oltre a guardare i social media occorre osservare anche i messaggi che arrivano dai media tradizionali. E talvolta si tratta di messaggi incendiari. Il titolo che reca oggi “la Repubblica” è a dir poco devastante: «Mattarella difende i compiti della polizia, stop alla svolta cilena». Il quotidiano diretto da Stefano Cappellini allude alla disposizione, poi cancellata dal decreto sicurezza, di attribuire la facoltà di eseguire arresti ai militari che affiancheranno polizia e carabinieri nell’opera di prevenire disordini nelle città italiane.
È vero che “la Repubblica” svolge una forsennata campagna antigovernativa dall’arrivo di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, ma stavolta l’attacco è davvero grave, perché l’accostamento, ancorché alla lontana, dell’esecutivo attuale al regime di Augusto Pinochet in Cile è tale da legittimare le menti labili degli estremisti più fanatici a concepire azioni violente contro le autorità. Siamo oltre la polemica politica, siamo alla mistificazione grave delle azioni del governo, scelte che si possono naturalmente non condividere, ma che appartengono comunque alla fisiologia di un regime democratico. Invece qui si tenta di costruire un’immagine deformata dell’esecutivo Meloni, a tutto a vantaggio della propaganda delle forze di opposizione e della mistica paranoica delle frange estreme.
Nel testo dell’articolo i toni sono per la verità più lievi. Si dice che «sarebbe stato facile parlare di deriva cilena» qualora la norma sui poteri di polizia da attribuire ai militari impiegati nell’ordine pubblico fosse passata. Ma il messaggio incendiario sta tutto nel titolo e nell’implicito che è in esso contenuto: il Quirinale sarebbe una sorta di argine democratico contro le pulsioni para-autoritarie di Palazzo Chigi. Non può inviare messaggi del genere un giornale che si propone (e tale era fino a qualche tempo fa considerato) come uno dei più autorevoli organi di stampa nazionali.
Viene in mente il clima pesante degli anni di piombo, quando i cattivi maestri dell’epoca rappresentavano il sistema italiano alla stregua di un regime dittatoriale dell’America latina. Qualcuno ci ha creduto. E sappiamo come è finita. Stiamo attenti a non finire risucchiati in analoghe derive.



