Il regista entra in una comunità di recupero per restare accanto allo zio Matteo e firma un documentario coraggioso e senza difese.
Sinossi
Nicolò entra a vivere in una comunità di recupero per restare accanto a suo zio Matteo, durante quello che dovrebbe essere l’ultimo mese del suo percorso. Matteo è arrivato lì dopo anni trascorsi passando da una struttura all’altra, portandosi dietro un vuoto che sembra inghiottirlo. La vita nella comunità continua a scorrere, scandita da regole, attese, piccoli conflitti e persone che arrivano per poi scomparire. In questo tempo sospeso, Nicolò e Matteo costruiscono un’intimità tutta loro. Si cercano e si respingono, si proteggono e si feriscono. Poi qualcosa li costringe a confrontarsi con una colpa che nessuno dei due riesce davvero a mettere a fuoco. Il passato torna a occupare lo spazio del presente, riportando alla luce le ferite e i nodi irrisolti di una famiglia. Mentre il futuro di Matteo si fa sempre più incerto, il confine tra chi ha bisogno di essere salvato e chi può davvero farlo diventa sempre più fragile.
Recensione
«Come si fa a stare al mondo senza farsi del male?» È la domanda che racchiude tutto Alla tua partenza sarà notte, e Nicolò Ribolla non cerca di rispondere: la attraversa, insieme allo zio Matteo, per novantaquattro minuti. Nicolò va a vivere in una comunità di recupero per stargli accanto durante quello che dovrebbe essere l’ultimo mese del suo percorso. Matteo ci è arrivato dopo anni di passaggi da una struttura all’altra, con alle spalle l’alcolismo, un trattamento sanitario obbligatorio, ricoveri in psichiatria, e un vuoto che sembra inghiottirlo.
Ci vuole coraggio a fare un film così. Ribolla sceglie di scendere nel punto più buio della storia della sua famiglia e di rivivere momenti terribili, per sé e per i suoi. Non è lo sguardo di un osservatore. È un nipote che cerca di aiutare come può e che, nello stesso tempo, filma: un doppio ruolo che il documentario non nasconde mai, e che gli dà una verità rara.
Quella verità passa soprattutto dalla voce. Ribolla è regista, narratore e protagonista, e non si risparmia. A un certo punto confessa di non provare più niente per nessuno, nemmeno per Matteo, e dice che la libertà è crudele e fastidiosa. Sono frasi che nessun film “a tesi” metterebbe in bocca a chi racconta, e invece sono proprio quelle a rendere credibile tutto il resto: il film non assolve nessuno, a cominciare da chi lo firma.
La comunità è un tempo sospeso, scandito da regole, attese, piccoli conflitti, persone che arrivano e poi scompaiono. In questo spazio Nicolò e Matteo costruiscono un’intimità tutta loro: si cercano e si respingono, si proteggono e si feriscono.
Il rito della rasatura diventa così una sorta di epifania del loro amore, la paura di essere troppo simili a volte attanaglia il regista ed è qui che il documentario si fa vita ed esperienza. Anche la scena della Bibbia aperta a caso sul passo secondo cui il Signore punisce chi getta via il suo talento è una frase che pesa, detta in un luogo dove ognuno ha già fatto i conti con ciò che ha sprecato o perso.
Poi qualcosa li costringe a confrontarsi con una colpa che nessuno dei due riesce davvero a mettere a fuoco. Il passato torna a occupare il presente, riporta a galla le ferite e i nodi irrisolti di una famiglia, e il confine tra chi ha bisogno di essere salvato e chi può davvero farlo diventa sempre più fragile. Non dirò come si arriva alla fine: il film non chiede di essere raccontato, ma attraversato.
Alla tua partenza sarà notte è un’opera che non consola e non giudica, e proprio per questo fa bene. Parla di dipendenza e disagio psichico senza alcuna retorica del riscatto, mettendo a nudo l’inadeguatezza delle risposte istituzionali e il peso soffocante che finisce per gravare sulle sole famiglie. Ribolla fissa la mdp al centro del dolore e ci costringe a non voltare lo sguardo.
Vittorio Zenardi



