Discutere su temi particolarmente spinosi e controversi come eutanasia e fine vita per provare a comprendere i rispettivi punti di vista, è sempre un auspicabile punto di partenza. Antonio Brandi, presidente dell’associazione Pro Vita & Famiglia ha partecipato venerdì 23 ottobre 2026 a “Dialogando…”, l’incontro sul fine vita svoltosi a Roma, al Collegio San Pio X, promosso dall’associazione “Il Secondo Mestiere”. Di fronte, Mina Welby, co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni; Mario Riccio, il medico anestesista che sedò Piergiorgio Welby, marito di Mina, e spense il respiratore, avendo prima accertato la volontà definitiva di rifiutare l’accanimento terapeutico, e il ginecologo Filippo Maria Boscia, già presidente nazionale dell’Associazione medici cattolici italiani.
Presidente, quali impressioni ha ricavato dal dibattito?
«Intanto ho precisato che la mia presenza lì non era per alimentare uno scontro tra tifoserie perché su temi che toccano la vita e la morte, il pubblico merita onestà e argomentazioni. Nel complesso è andata bene, e in modo molto rivelatore. Ho cominciato riconoscendo pubblicamente quello che è vero: Mario Riccio ha fatto la cosa giusta. La Costituzione lo dice chiaramente: l’articolo 32 stabilisce che nessuno può essere obbligato a un trattamento sanitario contro la propria volontà. E il Codice Deontologico lo conferma all’articolo 35: il medico ha l’obbligo di rispettare la volontà del paziente. Fu proprio su queste basi che il Gup Zaira Secchi, con sentenza 2049 del 2007, prosciolse Riccio e definì “fuorviante” assimilare il caso Welby all’eutanasia o al suicidio assistito. Ho riconosciuto il dolore della famiglia Welby e ho detto che in quel caso specifico, con quelle circostanze, con quel medico, con quella verifica, il diritto al rifiuto delle cure fu rispettato. Piergiorgio Welby non voleva essere avvelenato: voleva che si smettesse di tenerlo in vita artificialmente contro la sua volontà. È una differenza abissale. Lasciar morire significa togliere un ostacolo artificiale e lasciare che la malattia faccia il suo corso. Far morire significa somministrare attivamente un veleno per causare la morte. Nel caso Welby è accaduta la prima cosa ed è per questo che il giudice ha prosciolto Riccio».
Ma la questione resta aperta…
«Esatto, ho posto la domanda che è rimasta senza risposta: se il caso Welby è già risolto, per legge, per sentenza, per Costituzione, perché siete qui a chiedere qualcosa di radicalmente diverso? Ho chiesto direttamente a Welby e a Riccio: volete depenalizzazione? È già avvenuta, Consulta 2019. Volete regolamentazione? È nella Legge 219. Volete legalizzazione totale per cui se un depresso, un anoressico, un disabile vuole morire lo aiutiamo con un veleno? Ditelo chiaramente. La risposta? È ancora un segreto. E il silenzio, in questi casi, è già una risposta».
Qual è la differenza tra volontà individuale di rifiuto delle cure e suicidio assistito?
«La differenza è abissale e fingere che non ci sia è disonesto intellettualmente. Nel rifiuto delle cure c’è un malato che dice: non voglio più questo trattamento artificiale. Il medico lo rispetta, lo accompagna, gli dà la sedazione palliativa profonda e continua e il paziente se ne va in pace. La persona muore per la sua malattia, non per un veleno. È lasciar morire. È quello che è successo con Welby. È quello che la legge già garantisce a tutti. Un conto è lasciar morire. Un conto è far morire. Due cose opposte. Detto questo, devo essere onesto: il caso Welby non è così semplice come viene presentato. Piergiorgio non era in fase terminale imminente, avrebbe potuto vivere ancora a lungo con il ventilatore. La sedazione e il distacco del respiratore non hanno accompagnato una morte già in corso: l’hanno preceduta e resa possibile. È un caso limite, sul confine. E proprio per questo non può diventare il paradigma su cui costruire una normativa che si applicherà a tutti. Nel suicidio assistito accade invece qualcosa di radicalmente diverso: un medico prescrive un farmaco letale, spesso il pentobarbital, il paziente se lo autosomministra con l’intenzione esplicita di causare la propria morte. Il medico non preme il pistone, ma prepara la siringa. La differenza con l’eutanasia è tecnica, la sostanza morale è la stessa: la morte è l’obiettivo, non un effetto collaterale. E i dati ci dicono che non è nemmeno una morte dolce. Il farmaco usato, il pentobarbital, è lo stesso delle esecuzioni capitali. Il professor Ezekiel Emanuel sul New York Times ha documentato che nel 15% dei casi il paziente non moriva nei tempi previsti, nel 18% il medico doveva intervenire direttamente somministrando lui il farmaco, eutanasia de facto, e nel 7% il paziente vomitava il farmaco. Il medico californiano Lonny Shavelson nel suo libro “A Chosen Death” ha documentato morti durate fino a 31 ore, con bruciori alla gola e urla di dolore. Una legge sul suicidio assistito è poi una norma astratta che stabilisce categorie, chi può ricevere la morte dallo Stato e chi no, applicata da una commissione, finanziata con soldi pubblici. Costa meno avvelenare che curare e questo è il rischio vero: che la morte diventi la risposta economica di una società che ha smesso di investire nei più fragili. In Italia abbiamo 17 milioni di persone che usano psicofarmaci, 8 milioni di depressi, 4-5 milioni che usano droghe. Per questa Italia fragile vogliamo una legge che offre il veleno come risposta alla sofferenza? Se un ragazzo si sta buttando da un ponte che facciamo? Lo spingiamo rispettando la sua autodeterminazione o cerchiamo di dissuaderlo?».
Sono cinque le Regioni italiane che hanno adottato (con minime variazioni) la proposta di legge di iniziativa popolare “Liberi Subito”, promossa dall’Associazione Luca Coscioni: Toscana, Sardegna, Emilia-Romagna, Veneto e Umbria. In altre nove (Liguria, Campania, Molise, Marche, Sicilia, Puglia, Lombardia, Piemonte, Lazio) la proposta è stata depositata e l’iter è in corso. Il Veneto è stato, finora, la prima e l’unica Regione di centrodestra a legiferare in tal senso? Vi sentite traditi politicamente?
«Traditi è una parola forte, ma è quella giusta. Il Veneto a guida centrodestra, con Luca Zaia in testa, ha fatto esattamente quello che non può fare costituzionalmente, legiferare su una materia che l’articolo 117 della Costituzione riserva allo Stato, e soprattutto ha tradito il proprio elettorato. Nel 2022 la Lega si presentò alle elezioni con un programma che si opponeva totalmente a eutanasia e suicidio assistito. Quegli elettori hanno votato Zaia anche per questo. Oggi si ritrovano con una legge regionale che va esattamente nella direzione opposta, firmata dalla stessa mano. Questo si chiama tradimento politico, non delusione. Lo stesso Governo nazionale ha già impugnato leggi analoghe di Sardegna e Toscana davanti alla Consulta. Chiediamo coerenza: impugnate anche la legge veneta. Subito. E noi saremo in piazza il 31 ottobre davanti alla Regione Veneto per dirlo a voce alta».
Tuttavia, presidente Brandi, il processo legislativo delle Regioni sembra ormai ben avviato e sembra complesso ostacolarlo sia politicamente sia legalmente.
«C’è molta pressione, cinque regioni si sono espresse, la Consulta ha emesso un monito formale al Parlamento nel 2018, i media spingono. Ma guardate il quadro reale: solo 11 paesi su 195 al mondo hanno legalizzato eutanasia o suicidio assistito. E quelli che lo hanno fatto si stanno pentendo dall’interno. In Canada si è passati da 1.081 casi nel 2016 a 17.700 nel 2025. Anche in Olanda e Belgio, da malati terminali si uccidono ora depressi, disabili, alcolisti, malati psichiatrici. Il 51,9% dei casi in Columbia Britannica aveva errori o irregolarità. Il Comitato Onu per le disabilità ha chiesto al Canada di fermarsi. In Belgio, nelle Fiandre, il 32% delle eutanasie è avvenuto senza consenso esplicito del paziente. E non sono io a dirlo. Lo dice Theo Boer, per nove anni nella commissione olandese di controllo sull’eutanasia: “We were wrong, terribly wrong” (“ci siamo sbagliati, terribilmente sbagliati”. Els Borst-Eilers, il ministro che firmò la legge olandese nel 2001, poco prima di morire: “Avremmo dovuto prima sviluppare le cure palliative”. Philippe Couillard, il premier del Quebec che firmò nel 2014, pochi giorni fa ha detto: “Non l’avrei rivotata”. Il Quebec è passato da 638 casi nel primo anno a 6.268 nel 2024, il 7,9% di tutti i decessi. È la sofferenza che va soppressa, non il sofferente».



