Ha giocato al rialzo, ha spiazzato l’opposizione interna (quella dei governatori); una squadra ancora embrionale e solo mediatica, anche se frutto di un malessere radicato (il mai perdonato sovranismo nazionale al posto del sovranismo nordista); disagio frutto pure delle continue flessioni elettorali e del palese fallimento dell’operazione-Vannacci. Ha giocato e ha vinto (per ora).
Matteo Salvini, pur rinunciando al nome sul logo, accettando una maggiore collegialità, conti alla mano, ha prevalso (con Garavaglia mandato avanti dai nemici veri; tanto i conti si faranno dopo le prossime politiche), rinnovando la strategia di “lotta e di governo”. Uno slogan applicabile ad ogni situazione, che gli consente e gli consentirà di galleggiare sia a Palazzo Chigi, sia nei territori, nel tentativo di recuperare quel Dna protestatario perduto.
E come saldare le due anime (di lotta e di governo)? L’ha fatto scagliando l’ennesima bomba destinata a creare problemi nella maggioranza: basta armi all’Ucraina. Retorica da congresso o messaggio specifico alla Meloni?
Purtroppo il tema ricorre dal 2022. Salvini (ministro e vice-premier) scalpita per salvare capra e cavoli (le tasse, gli extraprofitti dei colossi elettrici e delle banche, la sicurezza, la Ue etc), rischiando la rotta di collisione con i suoi alleati, poi alla fine torna sempre sui suoi passi, vota secondo copione e si allinea. Questo finora? Infatti, ancora una volta non si è smentito; raggiunto dai giornalisti subito dopo le sue affermazioni a caldo, ha moderato comunicazione; dalle minacce sulle armi alla riflessione sulle armi (“che comunque andrà fatta”).
E’ ovvio che vuole togliere consensi al populismo pacifista della sinistra, ma è indubbio che ha confermato il cortocircuito oggettivo da cui non riesce ad uscire la premier; impasse che ha direttamente e indirettamente provocato lei.
L’ostinazione a continuare il rafforzamento militare di Kiev, a spendere soldi per una sovranità farlocca come l’Ucraina (nel nome di valori astratti e di un superato atlantismo da guerra fredda), battaglia che ha stancato il mondo, e sottoposta eccessivamente alle ambiguità internazionali, emotive ed economiche di Trump, ha compattato ogni opposizione al governo (opposizioni di piazza e parlamentari). Spese, come noto, percepite a detrimento della sanità, della scuola, del carovita, della casa etc.
Tutte le proteste, è un fatto plasticamente acclarato, si sono fisicamente saldate: dagli studenti (che fiutano un altro 68, se non gli anni di piombo), ai maranza (che fiutano l’occupazione culturale e sociale degli immigrati e delle seconde generazioni di stampo islamico), dal campo largo all’estrema sinistra antagonista (che fiutano la vittoria alle urne), dai Pro-Pal ai sindacati, dal mondo cattolico progressista ai borghesi woke.
Scuola, casa, povertà, sanità, pace, mancanza di futuro, antifascismo e odio verso l’esecutivo, sono diventati ormai la stessa cosa. Salvini si rende conto del pericolo di tali affermazioni congressuali? A forza di giocare alla tattica ci si brucia (ricordarsi del Papeete).
Un fiume di piazza in piena, quello che si vede in tv, sui social, destinato a esondare in quest’anno di propaganda elettorale.
E la Meloni, non potendo fare sociologia o teoria, dovrà aggrapparsi unicamente alla repressione e all’efficacia o meno dell’ordine pubblico, che sarà il prodotto di un’inflazione compulsiva di decreti legge.
Col risultato che l’Italia sarà di fatto di fronte ad un bivio: lo Stato di Polizia della destra o la democrazia della Costituzione, utilizzata demagogicamente e strumentalmente dalla sinistra “globale”.
Uno scontro spietato e violento che a parti inverse, potrebbe addirittura favorire la tentazione della premier di andare al voto prima possibile, con un referendum sulla sua persona e sul suo programma (fatto e da completare).
Ma attenzione: la sindrome “referendum sulla giustizia” insegna a non fidarsi.
Armi all’Ucraina. Salvini gioca col fuoco alimentando il cortocircuito della Meloni. Ecco come
