Federico Zampaglione: «Con The Nameless Ballad racconto il lato oscuro delle aspettative». Quando la musica diventa un fantasma

mercoledì, 4 Novembre 2026
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Federico Zampaglione sul set di The Nameless Ballad

Presentato a Lucca Comics & Games nella sezione Notti Horror e nei cinema dal 5 novembre con Filmclub Distribuzione, «The Nameless Ballad» segna una nuova tappa del percorso cinematografico di Federico Zampaglione. Abbandonate le tonalità più esplicite e sanguinose dei suoi precedenti slasher, il regista romano vira qui verso un’estetica raffinata e d’atmosfera, firmando la sua opera più intima e psicologica. Un lavoro che dialoga apertamente con la grande tradizione del gotico e del cinema di genere italiano, evocando le suggestioni visive di maestri come Mario Bava e Lucio Fulci. Al centro del racconto troviamo Sam Gallo (Jamie Ward), un compositore paralizzato dal blocco creativo e schiacciato dalle pressioni dell’industria. Il suo declino emotivo e artistico trova uno specchio oscuro nell’incontro con la presenza spettrale di Imma Rubino, interpretata da Giglia Marra. Per entrare nel cuore del film e approfondirne la genesi, le scelte stilistiche e le suggestioni sonore, abbiamo incontrato il regista, che ci ha accompagnato alla scoperta del suo nuovo incubo gotico.

Leggi la nostra recensione: Nameless Ballad» di Federico Zampaglione la ghost story in cui la musica diventa una condanna 

La musica in The Nameless Ballad non è un semplice accompagnamento, ma un vero e proprio personaggio. Avendo affidato la colonna sonora ad Andrea Pesce senza comporla in prima persona, com’è stato il processo di ricerca per arrivare a quella melodia ottocentesca, inquietante e malinconica?

«Sì, in The Nameless Ballad la ballad è un vero e proprio personaggio e pervade tutto il film: è a tutti gli effetti un attore che, quando entra in scena, cambia il corso della storia. Ci sono poi i brani che suona Sam e le composizioni di commento, quindi il lavoro sonoro è stato molto articolato e ha richiesto tempi lunghi. La colonna sonora e la ballad sono state affidate ad Andrea Pesce, che ha un gusto molto particolare e ha realizzato composizioni davvero interessanti, capaci di rendere l’atmosfera del film ancora più coinvolgente. Per trovare la ballad giusta ci è voluto un po’ di tempo, ma quando finalmente l’ho ascoltata ho capito subito che era quella giusta: non riuscivo più a smettere di sentirla, mi era entrata in testa».

“Ora si aspettano che a comando scriva qualcosa di straordinario”: questa battuta fotografa spietatamente la distanza tra l’urgenza dell’artista e le pretese del mercato. In che modo la sua sensibilità e il suo vissuto da musicista l’hanno aiutata a tradurre le dinamiche tossiche del music business nelle dinamiche oscure e perturbanti di una ghost story classica?

«Il discorso è proprio questo, quando la creatività si mette poi al servizio totalmente di esigenze industriali, che è inevitabile, soprattutto quando le cose funzionano, ma bisogna stare molto attenti a non farsi condizionare troppo e a non entrare in quel flusso, perché altrimenti il malessere è totale e si sposta l’attenzione dal cosa deve dare un artista al cosa deve ricevere, che è un meccanismo che ovviamente va a rovinare tutto quello che è alla base dell’arte. Io ho voluto tradurre e raccontare tutti questi anni vissuti nella musica attraverso una storia di fantasmi e una storia dell’orrore, perché così avrei potuto spingere molto sul tono emotivo e non usare mezze misure; c’è tanta angoscia, c’è tanta paura, c’è tanto smarrimento. In questo tipo di mestieri la lente metaforica dell’horror è sempre un ottimo modo per far arrivare allo spettatore le emozioni veramente portate al loro pieno potenziale.»

THE NAMELESS BALLAD – Jamie Ward

Rispetto al gore/slasher delle opere precedenti, qui si è orientato verso un’atmosfera inquietante. Cosa l’ha spinto a scegliere questa dimensione più psicologica ed elegante?

«Ho scelto di fare un film diverso perché il tempo che abbiamo nella vita non è illimitato e quindi dopo che tu hai detto una cosa è inutile che la ripeta, no? Ecco, per me artisticamente ogni film, ogni disco è un’occasione per dire qualcosa di diverso, per sperimentare qualcosa di nuovo, per essere affascinato anche da soluzioni che non ho già utilizzato. Quindi, dopo aver fatto dei film abbastanza crudi, abbastanza violenti, ho voluto esplorare l’aspetto più psicologico, l’aspetto più sensoriale della paura e quindi mi sono calato in questa storia di tensione, in questa storia di suspense in cui ci sono dei fantasmi interiori che vanno a incontrare fantasmi esteriori, creando però un film suggestivo, un film che non vuole scioccare lo spettatore, ma che vuole rimanere sotto pelle e restare lì per un po’.»

THE NAMELESS BALLAD – Giglia Marra 

Com’è nato il lavoro a quattro mani sulla sceneggiatura con Barbara Baraldi, scrittrice e curatrice editoriale di Dylan Dog, e quanto ha inciso il suo tocco gotico nella costruzione della figura spettrale di Imma Rubino?

«Il lavoro con Barbara Baraldi è stato fantastico perché, come sempre, lei si è dimostrata un grandissimo talento della scrittura dark, in qualche modo. Io non avevo dubbi, per questo l’ho coinvolta. Barbara ha un tocco a volte veramente sinistro, riesce a dare delle sfumature inquietanti alle storie che scrive, ed è stato molto importante il suo contributo su tutto questo film. E anche durante le riprese ci scambiavamo opinioni, lei mi dava consigli, osservava il materiale, quindi fino all’ultimo è stata un’alleata meravigliosa. È stata anche importantissima proprio per la scrittura del personaggio di Emma Rubino, con tutte quelle sfaccettature che vengono proprio da un animo femminile e si percepisce, tant’è vero che l’attrice Giglia Marra si è trovata immediatamente proiettata dentro questo personaggio già alla prima lettura.»

 La regia gioca molto sull’incertezza tra allucinazione e realtà, come ha impostato il lavoro visivo e fotografico per mantenere lo spettatore costantemente nel dubbio?

«The Name of the Ballad è un film che non ti vuole dare delle risposte, ti vuole invitare a farti delle domande sulla vita, sul nostro percorso, sulle nostre fragilità, sulle sfide che ci mettiamo davanti e soprattutto su ciò che possono rappresentare le aspettative. Ma al di là di quelle che arrivano dall’esterno, le aspettative sono più pericolose quando arrivano da dentro, perché deformano il senso delle cose che fai, le spostano sul fatto di ottenere dei risultati anziché sul lasciarti andare a essere te stesso fino in fondo. Sono fuorvianti in questo senso e ti possono veramente dare problemi molto seri a livello mentale, soprattutto se sei una persona sensibile e fragile, come il nostro protagonista Sam. Il lavoro fotografico è stato mantenere una scena sempre abbastanza pulita, netta, limpida, fredda, però allo stesso tempo ci sono questi vuoti dentro la casa, c’è questo arredamento minimale che mi serviva per riempirlo con le emozioni, le fragilità e il terrore del protagonista e degli altri personaggi.»

 In The Nameless Ballad Giglia Marra che nella vita è sua moglie interpreta Imma Rubino, una figura chiave, dolorosa e spettrale. Com’è stato dirigerla in un ruolo così denso e tragico, e che tipo di sinergia si è creata sul set?

«Giglia Marra è specializzata in ruoli molto drammatici, è un’attrice che c’ha una corda drammatica molto evidente, molto sensibile, quindi basta soltanto sollecitarla un po’ che dà il meglio di sé. È un’attrice profonda, di pancia, che si cala nei personaggi, in questo caso ha fatto un lavoro immenso, è dimagrita 8 chili, ha studiato pianoforte, ha mantenuto proprio una disciplina incredibile, sia nella fase della preparazione che proprio nelle riprese sul set, dove affrontava delle sessioni di trucco molto lunghe, di 2-3 ore, a volte anche quattro. Quindi devo dire che ho avuto delle grandi soddisfazioni e il fatto di essere mia moglie ha solo aiutato questo, perché poi continuavamo anche a casa a studiare, a lavorare sul personaggio, io osservavo lei che suonava il pianoforte e la vedevo sempre di più che stava entrando in questo ruolo, insomma, è stato molto bello perché la sua energia si sente per tutto il film.»

Federico Zampaglione e Giglia Marra sul set photo credit Irene Scioti

Come ha lavorato con i reparti tecnici e scenografici per trasformare la villa e gli ambienti in una specie di specchio della psiche di Sam?

«Abbiamo lavorato proprio nel trasformare la scenografia nella psiche di questo ragazzo. La casa rispecchia la solitudine: anche tutti questi elementi minimali di design non ti fanno mai sentire veramente a casa, né a tuo agio. Anche se apparentemente è tutto perfetto, ordinato, a posto, c’è invece qualcosa di estremamente sinistro, qualcosa che non funziona per niente. È un riflesso della mente di questo ragazzo che, all’apparenza, è bello, giovane, ha successo ed è talentuoso, ma in realtà sta andando a pezzi. Dentro di lui è tutto in disordine, dalle relazioni personali a quelle professionali: è terrorizzato dai suoi collaboratori e non sa come interagire con la sua fidanzata. Dietro questa facciata di apparente perfezione si nascondono, quindi, un grande vuoto e una grande paura. Sono contento che lei abbia riscontrato questo parallelismo tra l’ambiente e la personalità, oltre che la dimensione esistenziale, del protagonista».

Vittorio Zenardi

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