All’indomani della sconfitta alle Midterm, Trump torna dallo Studio Ovale al copione del 2020. Ha seguito il voto a Los Angeles: «Un evento davvero vergognoso» ha sentenziato e come il vecchio leone che ruggisce ancora continua a dire che non ha nessuna prova ma solo la certezza che se i repubblicani hanno perso Camera e Senato, la colpa non può essere sua. Solo che questa volta non è più un candidato sconfitto che parla da un comizio. È il presidente in carica che parla dalla Casa Bianca, mentre firma la designazione dello Studio Ovale a monumento nazionale. E poi, come sempre quando la politica interna si complica, arriva la fuga in avanti verso la guerra. L’Iran, l’Ucraina e la distrazione: «Adesso prenderemo una decisione. Dobbiamo decidere se completare l’opera, in modo che non accada mai più. Preferirei non distruggere il resto del Paese, se possibile, ma forse sarò costretto a farlo. Lo saprete molto presto». È la minaccia sull’Iran. «Abbiamo perso 18 vite in questa guerra, sono troppe. Ma in Vietnam abbiamo perso migliaia e migliaia di uomini», ha aggiunto, quasi a normalizzare il bilancio. E ha difeso Pete Hegseth, il segretario alla Difesa nel mirino dei democratici: «Ha fatto un lavoro fantastico». Anche se, secondo NBC, Trump starebbe già valutando di sostituirlo e avrebbe chiesto agli alleati chi potrebbe prendere il suo posto. Sull’Ucraina, il solito annuncio: «Ci sarà un accordo. Sarà un grande accordo e coinvolgerà qualcosa di più dell’Ucraina potrebbe coinvolgere tutta l’Europa. Sarà un accordo grande e magnifico, e tutti ne saranno entusiasti». Ha detto anche di aver incontrato Kirill Dmitriev, l’emissario di Putin, a un evento supervisionato da Melania Trump alla Casa Bianca. Non è una novità che Trump dica che le elezioni sono truccate. La novità è che non funziona più. E un presidente che ha appena perso il Congresso e dice «lo saprete molto presto» sull’Iran, non sta facendo un’analisi. Sta cercando un palcoscenico dove non può perdere. Tre argomenti in dieci minuti: brogli, bomba, pace. Il trittico perfetto per non parlare di quello che è successo davvero il 3 novembre. La verità triste è che il partito si sta sganciando. Perché il punto, stavolta, è che nessuno dentro il partito lo sta più seguendo sulla linea dei brogli. Il vicepresidente JD Vance, poche ore prima, aveva scritto il post che ha fatto esplodere il caso: la ragione della sconfitta è la guerra. Trump, messo alle strette, ha dovuto ammetterlo in parte: «Penso che sia in gran parte vero perché ha fatto salire un po’ i prezzi della benzina a breve termine. Ma se fosse da rifare, lo rifarei» Sentenzia il Tycoon. Ron DeSantis, governatore della Florida, ha definito la vittoria democratica «l’equivalente politico di un impatto di meteorite», sottolineando l’ampiezza del crollo, senza precedenti da un secolo. E Rubio? Che fine ha fatto? L’Independent scrive che il segretario di Stato starebbe valutando di dimettersi e prendere le distanze da Trump e dalla guerra in Iran per candidarsi nel 2028. Ovviamente Rubio ha smentito al New York Times, dicendo che il suo piano è restare fino alla fine del mandato. Ma la smentita, a Washington, è arrivata troppo in fretta per non essere vera come ipotesi.



