Malata di Alzheimer da tempo, nata il 3 novembre 1931, all’anagrafe Monica Vitti si chiamava Maria Luisa Ceciarelli e oggi ci lascia un vuoto incolmabile. Tra i registi che più l’hanno amata e lanciata sicuramente Antonioni, ma anche Monicelli e Scola.
Diva internazionale che però amava la semplicità e far ridere, dimessa, mai eccessiva, non appariscente ma affascinante.
Eppure la sua vita non è affatto stata facile. I suoi genitori non hanno mai condiviso la sua scelta. Un giorno sua madre le disse: “La polvere del palcoscenico corrode l’anima e il corpo”.
Ma mai ha rinunciato alla sua arte e portare gioia attraverso i palcoscenici calcati e la sua risposta è come se fosse stata quella allora, ben più tardi elaborata e affidata ai giornali: “Faccio l’attrice per non morire, e quando a 14 anni e mezzo avevo quasi deciso di smettere di vivere, ho capito che potevo farcela, a continuare, solo fingendo di essere un altra, facendo ridere il più possibile”.
Il segreto della sua comicità? “La ribellione – diceva – di fronte all’angoscia, alla tristezza e alla malinconia della vita. Nella mia vita non sono mancate le lacrime: lacrime copiose e liberatrici, lacrime di tristezza, di sconforto, di solitudine, di stanchezza. Si, ho riso e pianto molto” diceva.
E ancora: “La poesia è una grazia, una possibilità di staccarsi per un po¹ dalla terra e sognare, volare, usare le parole come speranze, come occhi nuovi per reinventare quello che vedo”.
In amore, era lei a dirlo, “è tutto da reinventare ogni volta” ma l’importante per lei era “non perdere la fantasia dei sentimenti”. Eppure a salvarla è stata l’arte: “Mi sono sempre profondamente emozionata di fronte a un quadro, come un racconto, come una confessione”.
Ci mancherai, piccola grande donna



