Collasso M5S, è caccia a milioni di voti in libera uscita: chi ne approfitterà

giovedì, 10 Febbraio 2022
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L’implosione del Movimento 5 Stelle può creare notevoli problemi al sistema, né più e né meno come li creò a suo tempo l’ esplosione elettorale dei seguaci di Grillo. Nove anni fa l’irruzione pentasellata sulla scena politica distrusse il bipolarismo centrodestra-centrosinistra, come si era fino ad allora configurato. Oggi il forte ridimensionamento del MoVimento lascia un grosso punto interrogativo: un buco si è nuovamente aperto nella geografia politica e non sappiamo come verrà colmato.

I problemi più rilevanti si aprono per il Pd, che rischia di perdere la spalla più importante della coalizione di centrosinistra. I dati sono impietosi ed allarmanti per largo del Nazareno. Quella piccola percentuale di consensi in più che i sondaggi attribuiscono al partito di Letta riesce solo minimamente a compensare la voragine che si è aperta nel M5S. Aveva poco più del 32 per cento nelle elezioni del 2018, oggi il MoVimento è accreditato di un 13,5 circa. Quindi parliamo di una perdita secca di quasi due terzi dell’elettorato.

Dove sono andati a finire quei consensi? E, soprattutto, dove andranno a finire nelle elezioni del 2023? Buona parte, circa la metà, è tornata a destra, variamente ripartita tra Lega e FdI (parliamo sempre, ovviamente, di dati virtuali). Ma che ne sarà della parte residua, tutt’altro che esigua? È qui che si apre la caccia grossa a milioni di voti in libera uscita. Scontato che molti finiranno nell’astensione, rimane comunque una bella fetta di voti, a cui se ne potranno aggiungere altri, visto che l’annullamento dei vertici del M5S da parte dei giudici napoletani (quando si dice la nemesi…) rappresenta una mazzata tremenda sul capo di Conte, Di Maio e di tutti i pentastellati.

Difficile fare previsioni ed è lecito attendersi sorprese dalle urne. Però già oggi possiamo dire che la débacle grillina ha sconfessato la linea di inseguimento del Movimento 5 Stelle percorsa dai vertici del Pd già ai tempi di Bersani, nel 2013, e proseguita con tenacia anche dai suoi successori, a partire da Zingaretti, che arrivò a definire i pentastellati, da poco alleati di governo dopo la caduta del Conte Uno, un «punto di riferimento fortissimo per i progressisti» (qualcuno ha visto in tale, entusiastica apertura lo zampino del “raffinato” consigliere Goffredo Bettini). Forse conveniva, anche al Pd, andare al voto già nel 2019, dopo la crisi del Papeete.

C’è chi adombra la possibilità che tanti voti potrebbe catturarli Giorgia Meloni, a conferma che in questa epoca post-ideologica il voto “populista” sarebbe orientato a «identificarsi con la destra», come scrive Massimo Franco sul “Corriere della Sera”. È possibile. Ma bisognerà vedere che uso potrà farne eventualmente FdI. Proprio perché viviamo tempi post-ideologici, i voti si perdono con la stessa facilità con cui si acquistano. Ci vorrebbe una solida proposta (e pratica) di governo. Ma forse è chiedere troppo agli attuali rappresentanti della politica.

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