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Sabato prossimo sarà la giornata mondiale contro l’omofobia: ideata dallo scrittore francese Louise Georges Tin, a 15 anni dalla rimozione dell’omosessualità dalla lista delle malattie mentali, ogni 17 maggio l’UE continua a festeggiarla.
Colpisce che nel 2014 sia ancora necessario istituire queste giornate “Contro”, che ancora ci sia bisogno di combattere per dei normalissimi diritti civili e per la libertà di pensiero, di opinione, e di manifestare pubblicamente le proprie preferenze senza correre il rischio di essere derisi, nel migliore dei casi.
Giornate “contro” l’omofobia, giornate “contro il femminicidio”, giornate “contro l’inquinamento” e via discorrendo: sembra che non si possa fare a meno di istituire questo genere di festeggiamenti, la parola “contro” pare essere il mezzo più potente che abbiamo per manifestare il dissenso verso una società che nei pensieri e nel comportamento ricorda più gli uomini di Neanderthal che la generazione del nuovo secolo.
Forse, se smettessimo di chiamarle giornate del “contro” e istituissimo piuttosto delle giornate “a favore, pro”, l’effetto sarebbe diverso. Giornate a favore della tolleranza, giornate a favore dell’amore, giornate a favore delle pari opportunità. Potrebbero essere banalissime, ma a volte è nella banalità delle cose più semplici che si nasconde la chiave del successo. Lo ha capito bene persino il Vaticano che nell’istituire il “Family Day” non ha pensato di dichiarare apertamente di essere contro un certo tipo di famiglia, ma ha dichiarato semplicemente di essere “a favore” della famiglia, quella giusta secondo loro, si intende.
E allora perché non farlo anche noi?
Certo che quando si legge di un’insegnate, addirittura una preside, che rifiuta la proposta di alcuni studenti di diffondere un documento a sostegno dell’omosessualità in occasione del 17 maggio, specificando che “l’omosessualità è contro natura e fa schifo”, allora ci si rende conto che la parola “pro” è una parola positiva che forse non è abbastanza potente in una società che di positivo sembra non avere nulla, o molto poco.
Per cui propongo di istituire un’altra serie di giornate conto: contro gli insegnanti che non sanno fare il loro mestiere, contro chi dovrebbe insegnarti prima a vivere e poi a leggere, contro chi pensa che avere figli fuori dal matrimonio sia un peccato e considera tali figli come di serie B, contro chi ancora, ina una realtà post Will e Grace, dinanzi a due ragazze chi si tengono per mano grida allo scandalo.
Dorotea De Vito

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