Italia, fabbrica dei “Neet”

Economia

Tra tutti i 28 paesi europei l’Italia ha il record di Neet, l’acronimo con cui si indicano i giovani tra i 15 e i 24 anni che non lavorano e non si trovano nel sistema scolastico (not in education, employment or training). Si trova in questa situazione il 19,9 per cento dei giovani, praticamente uno su cinque.

Ci sono più Neet in Italia che in Grecia, Spagna e Bulgaria, quasi il doppio della media europea, dove i Neet sono l’11,5 per cento del totale dei giovani. Questo è il dato più importante che emerge sull’Italia dal rapporto “Occupazione e sviluppi sociali in Europa” (ESDE) della Commissione europea.

Quella dei Neet è ormai una malattia cronica del nostro Paese che spiega l’universo dei marginalizzati del lavoro. Una classificazione utile permette di capire se il basso tasso di occupazione tra i giovani sia dovuto effettivamente al fatto che molti di essi non trovino lavoro, oppure più semplicemente al fatto che molti sono ancora impegnati in un percorso scolastico. I dati mostrano l’andamento nel corso degli ultimi 10 anni dei giovani occupati, disoccupati e inattivi  in rapporto alla popolazione totale dei 15-24enni. Si nota molto chiaramente che i Neet sono aumentati costantemente dall’inizio della crisi e che tale aumento è dovuto principalmente ai disoccupati. Gli inattivi non impegnati a scuola sono anch’essi in aumento ma il trend non sembra aver risentito in modo significativo della crisi del 2008.

E’ una dato molto preoccupante e che allo stesso tempo tratteggia cosa non funziona nel sistema-paese Italia. La cosa più grave è che non si tratta di un problema generazionale. Ha scritto Francesco Cancellato, direttore de Linkiesta: «È un problema di Mezzogiorno, innanzitutto, non dell’Italia intera. È infatti la disoccupazione giovanile nelle regioni meridionali il dato che fa schizzare l’Italia in testa alle classifiche». Non solo «È un problema di specializzazione economica e valorizzazione delle competenze, anche. L’Italia è infatti anche uno dei Paesi col più alto tasso di disoccupazione tra le persone con una laurea o più». Ma anche l’ascensore sociale è fermo: «È inoltre un problema di rendite di posizione e di diritti acquisiti. Indipendentemente che i giovani ne facciano parte o meno, l’Italia è un Paese di circoli chiusi, ordini professionali, piccole e grandi caste. Un Paese in cui un lavoratore pubblico abbandona la scrivania solo quando va in pensione. In cui i tagli alla pubblica amministrazione si fanno bloccando il turnover. In cui l’accesso alle professioni liberali (avvocati, notai, commercialisti, giornalisti) è subordinato all’iscrizione a un ordine professionale e in molti casi contingentato». Infine, la colpa, è anche del debito pubblico. «Quel gigantesco barattolo che oggi pesa il 133% del prodotto interno lordo e che continuiamo a calciare in avanti sarà un problema sempre più grande, per le generazioni che verranno, se non ci mettiamo di buzzo buono per provare, un po’ alla volta, a ridurlo».

Condividi!

Tagged