Il problema non sono i pochi laureati ma gli studi che non danno lavoro

Economia

Abbiamo troppi laureati nelle materie umanistiche e troppo pochi in quelle economiche che garantirebbero una maggiore possibilità di occupazione. E’ il dato che emerge dall’analisi dell’Ocse presentata nell’ambito di una iniziativa organizzata e coordinata dall’Associazione Treellle presieduta da Attilio Oliva.

Ci sono troppi laureati in Lettere o altre discipline simili e faticano a trovare un impiego che corrisponda alle loro qualifiche. D’altro canto, nel sistema universitario non trovano passerelle per ri-orientarsi verso discipline dove gli sbocchi occupazionali sono migliori.

L’Italia registra appena il 18% di laureati, contro il 37% della media nella zona Ocse: il dato più basso dopo quello del Messico. Nel gruppo dei dodici Paesi di riferimento siamo ultimi. Germania, Portogallo, Francia e Spagna hanno medie decisamente superiori. La Svizzera è al 41 per cento, Stati Uniti e Regno Unito al 46 per cento. Male anche il dato sul conseguimento di una prima laurea al 35%, il quarto più basso dopo Ungheria, Lussemburgo e Messico. Secondo il report, queste cifre potrebbero essere in parte dovute a “propsettive insufficienti di lavoro e a bassi ritorni finanziari” in seguito al conseguimento della laurea. Per di più, i titoli in Italia si concentrano in facoltà (ben il 30 per cento) che il mercato del lavoro non riesce a valorizzare: Lettere, Scienze politiche, Sociologia, Scienze della comunicazione, Formazione artistica.

Lo squilibrio tra un fabbisogno in crescita di laureati nell’area definita Stem (science, technology, engineering e mathematics) e l’interesse ancora «insufficiente» mostrato dalle matricole proprio per le discipline che offriranno maggiori prospettive di impiego e di retribuzione nel mercato europeo. In altre parole: le opportunità ci sono, le iscrizioni latitano. A tal proposito è molto interessante leggere lo studio del Centre for European Policy Studies (Ceps) pubblicato dal Sole 24 Ore. Sul breve periodo una laurea in discipline più «hard» come ingegneria o matematica potrebbe avere meno «senso finanziario» di quello profilato – a stretto giro – da corsi di laurea più soft. Un esempio del caso sono le scienze sociali, come economia e scienze politiche: corsi che attraggono di più, grazie alla combinazione di minore investimento di tempo e buoni ritorni. L’esatto contrario di quanto si verifica con le discipline Stem: il fattore tempo spaventa, mentre i retaggi culturali su discipline “maschili” come matematica e fisica fanno sì che la presenza femminile sia ridotta a poco più di un terzo del totale. Un cortocircuito che sta mettendo a repentaglio il fabbisogno di skills tecnici per la crescita europea e tenendo ai margini la quota di studentesse: appena il 33,3% su scala europea, ritoccata all’insù dall’Italia (39,8%). La fotografia è scattata dal calcolo del valore attuale netto (Net present value, il beneficio che si può attendere) a cinque anni dalla laurea. I ritorni per gli studenti sono stimati con «un set più ampio di variabili» rispetto a criteri già noti in letteratura come il tasso di occupazione e lo stipendio medio. In particolare si introduce il fattore tempo come ingrediente del costo-opportunità: quanti anni si trascorrono sui libri e quante ore sono così “sottratte” al lavoro e alle prime retribuzioni. Se consideriamo come base 100, il valore netto di una laurea Stem stimato dai ricercatori è pari ad appena 55 per gli uomini e in rosso a -32 per le studentesse, contro un valore di 273 per scienze sociali, economia e legge (ma per le ragazze non si va oltre una media di 27) e addirittura di 398 di medicina (qui lo scarto di genere è più contenuto: per le donne è pari 262). Fanno peggio solo le discipline umanistiche (-265 per gli studenti e a -15 per le studentesse), ma sempre sul breve periodo e con un bilancio del tutto in negativo per la sola Italia.

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