Le cose da sapere per capire la Germania dopo il voto

Esteri

Angela Merkel avrà un quarto mandato consecutivo da cancelliera, ma con una nuova variegata coalizione; i socialdemocratici sono andati molto male mentre l’estrema destra ha sfondato. Per la Cdu si è trattata del peggior risultato dal 1950 per i socialisti che non arrivano al 21%, mentre l’estrema destra di Afd ottiene oltre il 12,6% dei consensi, entrando per la prima volta in Parlamento con 94 seggi. Un risultato che preoccupa l’Europa e anche l’Italia.

Per la Merkel rimane il nodo delle alleanze per formare il governo. Dopo aver ammesso la sconfitta, i socialisti hanno annunciato la fine della Grande Coalizione con i conservatori, passando all’opposizione. L’unica strada possibile rimane l’intesa ribattezzata “Jamaica”, per via dei colori dei partiti coinvolti: il nero della Cdu con i Verdi e il giallo dei Liberali.

Molti membri dell’SPD hanno già detto di essere contrari alla formazione di un nuovo governo in coalizione con la CDU, soprattutto perché non vogliono più accettare compromessi con i leader più conservatori del partito di Angela Merkel. Il prossimo governo potrebbe essere quindi formato da una coalizione più eterogenea che comprenda i Verdi e il Partito Democratico Libero, centrista e di orientamento liberale, che ha ottenuto un buon risultato elettorale e l’ingresso in Parlamento con 78 seggi. Una coalizione di questo tipo potrebbe rivelarsi meno stabile, considerati i diversi interessi dei partiti. Merkel nei prossimi giorni terrà colloqui e incontri per decidere come procedere: ha comunque dalla sua parte il fatto che al momento a nessun partito interessa tornare presto a votare.

La notizia più ripresa dai media tedeschi e in giro per il mondo è lo storico risultato ottenuto dall’AfD, che in poco tempo è riuscito a diventare il terzo partito della Germania. È la prima volta dal Secondo dopoguerra che un partito di estrema destra ottiene seggi all’interno del Parlamento. L’AfD ha condotto una campagna elettorale molto dura nei confronti di Merkel e delle sue politiche, soprattutto sui temi dell’immigrazione e le scelte del governo uscente di accogliere centinaia di migliaia di rifugiati provenienti dalla Siria e da altri paesi a maggioranza musulmana. L’AfD chiede la chiusura di moschee e minareti, definisce la cultura islamica incompatibile con quella tedesca e molti suoi membri negano o ridimensionano le responsabilità storiche del nazismo. L’AfD nelle passate elezioni locali aveva ottenuto buoni successi nella Germania occidentale, e questa volta ha rafforzato i suoi successi anche a est, dove in proporzione il numero di nuovi immigrati è più basso rispetto al resto del paese. Il leader del partito, Alexander Gauland, ha ringraziato gli elettori a Berlino dicendo: “Cambieremo questo paese. Daremo la caccia ad Angela Merkel e a chiunque altro, e ci riprenderemo questo paese”.

Adesso si apre una fase molto complessa, non solo per la Germania ma per l’intera Europa.

E’ da un po’ di tempo che, in Europa e non solo, gli elettori tendono a penalizzare i partiti al governo. Gli incumbents, come dicono gli anglosassoni, partono svantaggiati. Il potere logora chi non ce l’ha, diceva Andreotti. Oggi logora soprattutto chi l’ha appena esercitato.

Sembrava che la Germania potesse sottrarsi a questa tendenza. I risultati delle elezioni per il Bundestag di domenica 24 settembre smentiscono questa aspettativa. L’economia tedesca è apparentemente in buona salute e la disoccupazione è ai minimi, ma l’economia da sola non spiega perché gli elettori voltano le spalle a chi ha governato. Ci sono i poveri (la loro quota cresce anche se il Pil aumenta), ci sono i tagli alla sanità, i mini-job a 500 euro al mese, ci sono gli immigrati e la politica dell’accoglienza, il milione di profughi arrivati nel 2015 che non è facile integrare, la criminalità, la paura, l’insicurezza, reale o anche soltanto percepita. Forse anche, almeno per alcuni, la voglia di cambiare la faccia di chi ha governato ininterrottamente negli ultimi dodici anni.

La “grande coalizione” esce dalle urne con le ossa rotte: insieme Cdu-Csu-Spd hanno perso quasi il 15% dei consensi, consensi che si sono spostati a destra, verso il partito liberale e verso l’AfD. In realtà il (relativamente) nuovo partito di destra ha pescato anche nell’elettorato dei nuovi elettori, nel serbatoio dell’astensionismo (la partecipazione al voto è cresciuta rispetto alle precedenti elezioni) e in parte probabilmente anche nell’estrema sinistra che ha compensato le perdite accogliendo molti socialdemocratici delusi.

È la prima volta che nel Bundestag entra un partito alla destra dei cristiano-democratici. Un partito di pochi vecchi nostalgici, fatto prevalentemente di giovani e forte soprattutto nei Länder dell’Est (in Sassonia sarà forse il primo partito). La frattura Est-Ovest non è affatto saldata, attraversa l’Europa e taglia in due la stessa Germania.

Riconoscendo la sconfitta, Martin Schulz, che aveva condotto la campagna elettorale socialdemocratica proponendosi come il candidato anti-Merkel, ha dichiarato che ritiene chiusa la stagione della grande coalizione, anche se i numeri dei seggi consentirebbero una, sia pure risicata, maggioranza.

Resta, con una maggioranza ancora più sottile, la cosiddetta ipotesi «jamaika», dai colori della bandiera del Paese caraibico (nero-giallo-verde), ma è difficile che si formi e, se dovesse formarsi, è difficile che possa reggere a lungo, data l’incompatibilità degli obiettivi programmatici di verdi, liberali e cristiano democratici e cristiano sociali. E poi, sia all’interno dei Verdi sia all’interno dei liberali convivono anime diverse, e non è detto che un’eventuale esperienza di governo non faccia saltare gli equilibri interni. L’ipotesi «giamaicana» resta comunque sul tappeto. Di una eventuale grande coalizione estesa ai Verdi nessuno al momento ha osato parlare e nelle prime dichiarazioni la cancelliera ha escluso un governo di minoranza.

L’ipotesi che fra qualche mese, vista l’impossibilità di una coalizione di governo, i 61 milioni e mezzo di tedeschi debbano tornare a votare non è certo remota. Se si dovesse innescare un meccanismo di elezioni anticipate a catena, ad approfittarne sarebbero i partiti estremisti, primo fra tutti l’AfD. Per chi non ha la memoria corta, un’ipotesi agghiacciante.

Per l’Europa non è comunque una buona notizia. Tutto era fermo sul fronte europeo in attesa delle elezioni tedesche. L’elezione di Macron aveva riacceso le speranze che il motore franco-tedesco avrebbe potuto rimettersi in moto (ma anche su questo fronte il risultato del voto francese di ieri per il rinnovo parziale del Senato, che ha premiato la destra repubblicana, non è confortante). Angela Merkel resta pur sempre a capo del maggior partito tedesco sul quale ricade prima che su ogni altro la responsabilità di dare un governo alla Germania. Ma cosa potrà fare una Merkel indebolita? Tutti si lamentano dell’egemonia tedesca, ma come reagirà l’Europa se verrà meno la stabilità tedesca?

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