Le 5 conseguenze delle elezioni siciliane

Politica

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Il ritorno del centrodestra unito (ma non troppo), l’avanzata del Movimento 5 stelle che non sconta errori di comunicazione e gestioni amministrative discutibili, l’arretramento del Partito democratico e un Matteo Renzi assediato.

Il voto siciliano è ormai alle spalle e le conseguenze sulla politica italiana già si fanno sentire. Per Silvio Berlusconi hanno vinto i moderati ma le realtà è diversa come spiega Francesco Russo per Agi. A diventare presidente della Regione è però un esponente della destra sociale, orgoglioso del suo passato missino, che nella volata verso le urne non ha nascosto qualche malumore per la presenza di alcuni “impresentabili” nelle liste che lo hanno sostenuto. Gianfranco Micciché, l’uomo di Forza Italia in Sicilia, che nel 2012 aveva corso da solo tagliando le gambe allo stesso Nello Musumeci e regalando la Regione al Pd, è tornato all’ovile, portando con sé sostanziosi pacchetti di voti e dando un contributo fondamentale alla vittoria del centrodestra. L’area sovranista della coalizione può però rivendicare il successo di aver vinto le elezioni con un suo uomo, e questo peserà nelle trattative su chi dovrà essere il candidato premier nel caso di una vittoria alle politiche, sebbene la percentuale raccolta da Fratelli d’Italia/Noi con Salvini superi di pochi decimali quella accreditata a livello nazionale alla formazione guidata da Giorgia Meloni.

E’ andata male per Angelino Alfano. Determinante è stata anche l’Udc. Nel 2012, con un sonoro 10,8% era stata indispensabile per la vittoria di Crocetta. Questa volta, con un 7% e passa, lo è per l’elezione di Musumeci. L’ambizione di Angelino Alfano (il cui partito è al governo con il Pd ma in altri contesti, come nella Regione Lombardia, lo è con il centrodestra) di poter fare da ago della bilancia alle prossime politiche è invece finita in frantumi. Se Alternativa Popolare prende il 4% in Sicilia, la terra del suo leader, quanto potrà prendere a livello nazionale? Dopo il risultato siciliano è probabile che, dopo Renato Schifani, molti altri figlioli prodighi tornino alla casa del padre. Non solo, il Pd ha ormai la piena coscienza di non poter sostituire i voti della sinistra radicale con quelli degli alfaniani.

Matteo Renzi non ha negato la sconfitta e si prepara all’ennesimo cambio di strategia. Il partito era pronto alla batosta ma forse non immaginava di perdere così male. Mantenere l’alleanza con gli alfaniani poteva essere funzionale in vista di larghe intese alle quali la nuova legge elettorale potrebbe costringere comunque. Oggi il centrodestra può credere un pò di più a un ritorno al governo (che fosse o meno questo lo scenario preferito di Berlusconi, piuttosto che un nuovo sodalizio con Renzi, è un altro discorso), soprattutto se Alternativa Popolare dovesse liquefarsi. Se gli orlandiani decideranno o meno di mantenere la tregua lo scopriremo nei prossimi giorni. Fatto sta che Renzi​ da oggi si trova costretto a dover almeno considerare una sorta di accordo con la litigiosa area alla sua sinistra, il cui candidato – Gianni Fava – ha comunque preso oltre il 6%, un risultato superiore a quello che i sondaggi attribuiscono, complessivamente, a Mdp, Campo Progressista et cetera. Anche perché potrebbe non avere alternative.

Da questo punto di vista, vale la pena sottolineare questo passaggio di un editoriale apparso su Democratica: “Comunque vada la Sicilia, a livello nazionale le destre e i populismi sono alle porte. Si chiamano Berlusconi e Salvini oppure Casaleggio e Di Maio”. Berlusconi viene quindi arruolato dal Pd nel club dei populisti, e questa è una novità assai significativa. Il segretario del Pd e il Cav avevano sempre evitato di pungersi troppo, in vista di un possibile accordo di governo. Che ora è un po’ più lontano, almeno come scenario favorito dai due leader (che il risultato delle politiche possa non lasciare alternative è anch’esso un altro discorso).  Una ricucitura che, al momento, appare però assai ardua. Significativa anche la dichiarazione a caldo di Davide Faraone, uomo di Renzi in Sicilia, che ha scaricato le responsabilità della sconfitta sulla decisione del presidente del Senato, Pietro Grasso (che ha lasciato il Pd tra le polemiche dopo la fiducia sul Rosatellum) di non accettare le richieste di una candidatura. Una frase che sembra nascondere l’ammissione che una figura con un profilo maggiormente di sinistra potesse avere maggiore chance. Che i renziani siano giunti a dare ragione a quanto la minoranza Pd e gli scissionisti ripetono dai tempi del referendum costituzionale?

Ad uscire meglio dalla tornata elettorale siciliana, nonstante la sconfitta, sono i grillini. Ai Cinque Stelle forse non poteva andare meglio. Cancelleri ha preso quasi il doppio dei voti incassati nel 2012. Il MoVimento è primo partito dell’isola. Ma alla Regione ci va Musumeci e una formazione che – come dimostrano i casi di Roma e Torino – continua ad avere il suo tallone d’Achille nell’insufficiente preparazione della sua classe dirigente non è costretta a misurarsi con l’impresa complicatissima di dover mettere ordine in un territorio problematico come la Sicilia. Luigi Di Maio ha vissuto la campagna elettorale da protagonista, rafforzando la sua leadership, pronto a lasciare a Beppe Grillo il ruolo di padre nobile. L’affluenza, però, è stata ancora più bassa di quella delle regionali del 2012. Forse l’unica cosa che i Cinque Stelle si possono rimproverare è non aver mobilitato a sufficienza il partito dell’astensione. Ma è probabile che arrivare ottimi secondi sia proprio il risultato che avevano auspicato.

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