Più libero di prima. La recensione

Cinema

“Questo è un film che non avrei mai voluto fare”. Esordisce così Adriano Sforzi, quando in sala davanti al pubblico del Riff Award 2017, presenta “Più libero di prima“, lungometraggio sulla vicenda inerente la detenzione dell’amico d’infanzia Tomaso BrunoDebutta esortando alla testimonianza, come un manifesto di dedizione al genere, per il suo primo documentario. Perché scavare oltre la finzione, richiede certo il sacrificio dell’onestà. Ma scavare in fondo ad una storia tanto palpabile ed intima, svela una vulnerabilità che non si può eludere. E il cineasta ben lungi dall’eludere la chiamata che vede l’amico coinvolto in questa circostanza imprevedibilmente kafkiana, armato della mdp che a tratti diserta lo sguardo, ne racconta la storia.

Tomaso è un giovane originario di Albenga, che vive a Londra da diversi anni e decide di partire per l’India in viaggio con una coppia di amici, Francesco Montis ed Elisabetta Boncompagni. La notte del 4 febbraio, Tomaso ed Elisabetta trovano Francesco agonizzante nella stanza d’albergo in condivisione.

In seguito alla morte dell’amico, i due giovani vengono accusati dell’omicidio e rinchiusi nelle carceri di Varanasi. Nonostante l’insufficienza di prove e la palese pretestuosità delle accuse, i ragazzi vengono condannati all’ergastolo per omicidio intenzionale di stampo passionale.

Tomaso si trova d’un tratto recluso e lontano da casa, ma non è solo. Accanto a lui, la famiglia che con forza e tenacia crede senz’ombra di dubbio nella sua innocenza. Al suo fianco gli amici, che lo sostengono. La comunità di Albenga tutta, che si rimbocca le maniche e alza la voce.

Ed è anche grazie a tutti loro che Tomaso non si perde d’animo e anzi acquisisce la quiete che a lungo aveva cercato. Diviene un uomo nuovo, più in pace con se stesso, più libero di prima.

Scandito dallo sguardo (e dalla penna) del protagonista della vicenda, Adriano Sforzi documenta con ardore e poesia la frastagliata pulsione dell’essere umano verso la libertà. Come un toccante romanzo di formazione, la corrispondenza epistolare traccia lo straordinario percorso evolutivo del giovane uomo, nei confronti del quale lo spettatore non si può esimere, travolto dall’empatico slancio dell’apprendimento.

La regia dunque si mimetizza con umiltà nella storia, lasciando la voce al proprio protagonista, per interpretarne lo sguardo attraverso le animazioni liricamente infantili di Olga Tranchini.

Il parallelismo tra Albenga e Varanasi emerge ossimorico dalla dicotomia fotografica e sonora, ma abili e ironiche immagini prestano soccorso alla didascalia, giocando più volte oltre i luoghi comuni.

Come si può biasimare il dolce tepore della multiculturalità, sia esso declinato nell’esotico suppellettile di una casa piemontese o in un piatto di spaghetti cucinato da mamma Marina nell’India straniera?

Dal resto è questo che forse Tomaso ci prova a trasmettere quando dichiara l’impossibilità nel provare dell’odio nei confronti dei fautori dell’estrema ingiustizia che ha avuto a subire. Ci prova ad insegnare cosa sia l’umanità dell’essere corpo, ma d’esser altrove.

Ci insegna che un altrove v’è sempre. Perché v’è libertà.

Alessandra Picinelli

 

 

 

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