Perché il centrodestra è innamorato di una flat tax con troppi buchi

Economia In Rilievo

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La “flat tax” si è imposta come uno dei temi principali di questa campagna elettorale. E’ stato il centrodestra a metterla al centro dell’agenda politica ponendo l’attenzione, ancora una volta, sul tema della riduzione della pressione fiscale. Così come è stata  presentata in campagna elettorale, la flat tax del centrodestra ha degli  aspetti che non convincono. Più in generale non sono molti i Paesi che pur avendo un sistema fiscale meno complesso e pesante adottano la tassazione unica.   

Ovviamente, non si tratta di un’invenzione della politica economica italiana. La flat tax (letteralmente “tassa piatta”) fu concepita originariamente negli anni ’50 dal grande economista americano Milton Friedman, premio Nobel per l’economia e padre del pensiero monetarista, la teoria economica alla base delle politiche che negli anni ’70 – ’80 si imposero con Reagan e la Tatcher. Fece il debutto sulla scena politica italiana con Silvio Berlusconi dal 1994 (grazie all’ex ministro Antonio Martino che di Friedman fu allievo), successivamente fu sostenuta anche dal Partito radicale e, recentemente, da Matteo Salvini e dal partito di Raffale Fitto.

Ora è la grande protagonista delle politiche economiche proposte dai partiti di centrodestra che vogliono cancellare l’Irpef. Berlusconi la presenta così: “Una tassa uguale per tutti, per famiglie e imprese. C’è un’unica aliquota che sarà pari o inferiore all’aliquota più bassa di quella di oggi, il 23%“. Più estrema la proposta della Lega che vorrebbe l’aliquota unica fissata al 15%. Chi sostiene questa proposta è convinto che con questa rinnovata impostazione del sistema fiscale, diminuirebbe l’evasione e che un livello inferiore della tassazione libererebbe risorse per consumi e investimenti. E i costi? Sarebbe una misura a costo zero che si ripaga da sola. Insomma, diventerebbe così conveniente pagare le tasse che la perdita di gettito dovuta alla riduzione delle aliquote sarebbe automaticamente compensate dalle maggiori entrate dovute all’abbattimento dell’evasione fiscale. Uno scenario molto probabilmente troppo ottimistico. Carlo Stagnaro, direttore del dipartimento studi dell’Istituto Bruno Leoni, think tank di orientamento liberale che aveva lanciato l’idea di una flat tax al 25%, ha non pochi dubbi sulla versione del centrodestra. Sarebbe una misura “non credibile” e “totalmente carente sia sotto il profilo delle coperture sia sotto quello della visione più generale del sistema fiscale”

C’è, poi, uno studio del Fondo Monetario Internazionale che analizza quello che è forse la più grande storia di successo della flat tax. Nel 2001 in Russia fu introdotta un’aliquota unica del 13%. Dopo un anno la quota di reddito denunciata al fisco passò dal 52% al 68%  e anche i consumi aumentarono. Tuttavia è lo stesso istituto con sede a Washington a specificare che non è possibile quantificare quanta parte del merito fu della flat tax e quanto della complessiva riforma del fisco russo. Indubbiamente l’introduzione di un’aliquota unica può fare molta presa in campagna elettorale ma sono davvero pochi i Paesi che l’anno introdotta. Oltre che in Russia è presente in Romania, Georgia, Ucraina, Serbia, Lettonia, Lituania e fu introdotta in Slovacchia dal 2001 al 2013. 

C’è, inoltre, chi sostiene che la flat tax sia incostituzionale. L’articolo 53 della Carta recita: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività“. Vale a dire che chi ha redditi più alti deve pagare le imposte in maniera più che proporzionale rispetto a chi ne guadagna di meno, un meccanismo attualmente garantito dall’Irpef. Anche qui c’è chi non è d’accordo. Un’ipotesi per salvaguardare tale principio sarebbe introdurre un nuovo sistema di deduzioni e detrazioni capace di mantenere una certa proporzionalità. 

 

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