E se Kim Jong-un fosse il miglior leader della storia della Corea del Nord?

Esteri

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di Alfonso Francia

Intendiamoci, non è che sia così difficile arrivare primi in una competizione che, oltre a Jong-un, vede unici partecipanti il nonno Il-Sung (ricordato per l’assurdo progetto di totale autarchia che causò la morte per fame di oltre un milione di persone) e il padre Jong-il (che dotò il paese dell’arma nucleare). Ma insomma il giovane leader, oltre ad aver già dimostrato di essere uno sprovveduto, comincia a dare segni di voler far crescere il benessere del popolo oltre che rafforzare la sua leadership.

Il primo gennaio “il leader supremo” aveva fatto un discorso d’inizio anno del quale si è discusso poco perché l’America non veniva minacciata più di tanto, ma avrebbe meritato attenzione. Perché Kim ha parlato di economia, affrontando il problema delle sanzioni e proponendo di aprire il paese al turismo. Già oggi la Corea del Nord non è più una destinazione tanto misteriosa e complicata da visitare (Google maps è piena di panoramiche scattate dai viaggiatori delle piazze e palazzi principali di Pyongyang), ma se cominciasse a lavorare con i grandi tour operator potrebbe garantirsi un costante flusso di quella fondamentale valuta estera che le nuove sanzioni vorrebbero ridurre.

A proposito di sanzioni, quelle imposte il mese scorso dal Consiglio di sicurezza dell’ONU sembravano dover minare l’autorevolezza di Kim, costringendolo a tornare a negoziare sul dossier nucleare in una posizione di debolezza. Invece il leader ha ribaltato il tavolo chiedendo di partecipare alle Olimpiadi invernali che si terranno in Corea del Sud, riattivando una linea diretta con Seul a distanza di due anni dall’ultimo contatto. Una trovata pubblicitaria, una maniera di spostare l’attenzione, nulla di concreto; tutto vero. Ma sta funzionando. È risaputo che i regimi dittatoriali sanno sfruttare molto bene i grandi eventi pubblici, e le manifestazioni sportive sono, dai tempi di Hitler, occasioni di propaganda efficacissime (oltre che, in questo caso, gratuite). Il presidente sudcoreano Moon era così contento di aver riallacciato rapporti col bellicoso vicino che non ha chiesto niente in cambio della partecipazione, neanche una vaga promessa di distensione sulla questione dei missili, e ha acconsentito a ritardare le esercitazioni militari congiunte con gli Stati Uniti.

Stati Uniti che intanto non riescono a capire come sia possibile che Jong-un resti così saldamente al timone in patria nonostante i nordcoreani, grazie a un accesso a Internet ancora limitato ma non più inesistente, cominciano a rendersi conto di come si vive nel resto del mondo. Il fatto è che il relativo consenso di cui gode Kim non è dovuto solo all’indottrinamento dei cittadini, ma pure al concreto miglioramento delle loro condizioni di vita. Nel 2016 il PIL è cresciuto del 3,9%, l’aumento maggiore degli ultimi 17 anni. Il merito va agli scambi economici con la Cina, certo, ma anche alle riforme economiche che da qualche anno permettono ai manager delle aziende di aumentare i salari agli operai più meritevoli, di assumere e licenziare senza chiedere autorizzazioni al partito e di scegliere i propri fornitori. In due parole, di ragionare secondo schemi capitalistici.

Sembra che Kim stia tentando di far crescere l’economia copiando il modello cinese, che trent’anni fa esplose grazie al sistema del “capitalismo di Stato”, ovvero libertà imprenditoriale all’interno di un sistema sociale e politico a partito unico. Se dovesse riuscirci rischia seriamente di essere ricordato come il leader che salvò la Corea del Nord.

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