Berlusconi vincerà le elezioni, perché le vuole vincere solo lui

Politica

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di Alfonso Francia – Sarà che governare l’Italia, con i controlli alla spesa di Bruxelles, la Fiat ormai straniera, la crisi sempre incombente e il presidente americano che ormai si ricorda di noi giusto perché il Papa vive a Roma, non è più affascinante come una volta. Ma questa campagna elettorale che già volge al termine spicca per l’incredibile pochezza e inconsistenza dei confronti tra i contendenti, come se andare al governo non fosse l’obiettivo finale di qualunque partito.

Liberi e Uguali ha proposto un programma che più vago non si può: sembrano le parole di un’aspirante Miss Italia nel momento imbarazzante in cui ha un microfono sotto il naso. Se non si chiede la pace nel mondo poco ci manca: una “riconversione ecologica dell’economia”, una “scuola che si fa comunità educante”, “riconsiderare il contratto a tempo indeterminato a piene tutele (…) la forma prevalente di assunzione”, “puntare senza indugi verso una totale decarbonizzazione del nostro paese” e via elencando. Ma LeU è come la Lazio con la Roma (e viceversa); più che vincere conta veder perdere gli odiati cugini, ovvero il PD. Il quale, pur venendo da un quinquennio al governo tutt’altro che disprezzabile (crescita del PIL intorno all’uno per cento nel 2015 e 2016, i dati migliori dall’inizio della crisi nel 2008), sta ignorando tutti i temi da campagna elettorale come occupazione, crescita, tassazione. Dimostrandosi molto più preoccupato di piazzare i fedelissimi di questa o quella corrente nei listini che garantiscono la permanenza in Parlamento in caso di sonora sconfitta, che di evitarla, la sonora sconfitta. La sceneggiata sulle liste fa pensare che Renzi sia ormai ossessionato solo dalla necessità di tenersi alla guida del partito, altro che guidare il paese.

Prospettiva che terrorizza pure il primo partito italiano, quel Movimento 5 stelle che cambia idea di continuo su tutto – referendum sulla moneta unica, vaccini, immigrati – tranne un punto: niente governo con PD o FI. Il che significa la certezza, anche in caso di un ottimo risultato alle urne, di restare comodamente all’opposizione. Viene quasi da pensare che la scelta dello sgrammaticato Luigi Di Maio come candidato premier – quando i grillini potrebbero contare su personalità di ben altro peso – sia fatta apposta per non vincere troppo, per mantenere affollati i gruppi parlamentari senza sobbarcarsi vere responsabilità.

Unica eccezione in questo arco costituzionale di timorosi? L’ultraottuagenario Silvio Berlusconi. Il quale è stato l’unico in grado di allearsi con altri partiti (Lega e Fratelli d’Italia) e l’unico ad aver pubblicato un vero e proprio programma, con proposte utopistiche ma almeno chiare e misurabili: aliquota unica per famiglia e imprese, abolizione dell’imposta di successione, rimpatrio di tutti i clandestini, riduzione del surplus dei versamenti annuali italiani al bilancio UE. Niente che l’ex premier non proponga dal 1994 senza poi combinare nulla, è vero. Ma il semplice fatto di prospettare qualcosa, di avere almeno la decenza di fingere di avere un piano per il paese, dimostra che solo all’ex Cavaliere interessa davvero tornare a palazzo Chigi. Ormai se lo augurano pure nemici storici come l’ex direttore dell’Economist Bill Emmott, Eugenio Scalfari e Angela Merkel, tutti terrorizzati dall’idea di vedere a palazzo Chigi il manipolo antieuro dei grillini.

E sembra ormai che pure il PD, M5S e LeU in fondo in fondo sperino nella vittoria del vecchio Silvio. Sempre meglio che dover governare

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