Macerata come Rimini, quanto fanno comodo alla pancia elettorale

Politica

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di FABIO TORRIERO

Macerata come Rimini. Proviamo ad accostare due fatti di cronaca che hanno colpito l’Italia e hanno spinto la politica ad occuparsene in modo strumentale e becero.

Rimini, lo stupro di una giovane polacca e di un trans, ad opera di un quartetto di magrebini, di cui tre minorenni e l’unico maggiorenne Butungu, un personaggio inquietante, condannato in primo grado a 16 anni di carcere. La mattanza a base di sesso, alcol e droga, è accaduta il 26 agosto del 2017 e ha suscitato la pancia del paese.

Pancia in tutti sensi: voglia di vendetta nei confronti degli immigrati di colore e ampie dosi di ideologia buonista dall’alto, per evitare pericolose derive leghiste o di estrema destra.

Come se non bastasse, le redazioni dei giornali sono state raggiunte da indicazioni trasversali a non enfatizzare la provenienza e il colore della pelle degli assalitori, per evitare (in tema di ius soli) equazioni ideologiche (migrazione uguale stupro), o in tema di liberalizzazione delle droghe leggere, per evitare il collegamento tra l’alterazione e la violenza.

Poi, subito dopo pareggia i conti l’effetto mediatico, la notizia, che due carabinieri a Firenze abbiano violentato due ragazze. Il fatto sarebbe avvenuto il 6 settembre, ma è stato reso noto soltanto il 1 dicembre, a inchiesta in corso.

In questo caso, ovviamente la provenienza dei carabinieri è stata massicciamente enfatizzata dai media, e dagli intellettuali nostrani, sempre pronti a sporcare una delle poche istituzioni che conoscono storicamente il gradimento oggettivo dei cittadini. Carabinieri sinonimo di onestà e dedizione.

Da Rimini a Macerata, passando quindi, per Firenze. Il 31 gennaio nelle campagne di Pollenza vicino Macerata, viene trovato il corpo di Pamela, in due valigie abbandonate in un fosso. Il tragico epilogo di una vicenda raccapricciante. Dove droga, solitudine, problemi, comunità di recupero che fanno rimpiangere i metodi pedagogici di Muccioli, immigrazione, mercato della droga, e incompatibilità tra culture (le nostre e quelle dei migranti), si fondono e confondono.

Pamela, secondo la ricostruzione degli inquirenti, sarebbe scappata dalla comunità, avrebbe prima incontrato un uomo che, in cambio di sesso, le avrebbe dato i soldi per la dose mortale, e poi l’avrebbe accompagnata nei luoghi infernali dello spaccio di Macerata dove avrebbe incontrato i suoi aguzzini con la droga letale. Qualcuno ha pensato bene di sezionarla per farla sparire.

Il gip di Macerata ha contestato al nigeriano Oseghale col permesso di soggiorno scaduto (i nigeriani controllano ormai quasi tutto il mercato della droga e della prostituzione), il reato di vilipendio e occultamento di cadavere, ma non di omicidio. Per tale ragione, non gli è stato imputato tale il reato.

Un evento che ha suscitato reazioni legittime e fuori controllo.

A questo punto è entrato in scena quello che sembra descritto come lo “scemo del villaggio”, Traini, proprio il pupazzo che serviva al politicamente e culturalmente corretto per riequilibrare lo sdegno: il giovane che ha sparato all’impazzata per le strade di Macerata, volendo vendicarsi di Pamela, ferendo sei persone, rappresenta perfettamente lo stereotipo del fascista, nazionalista, intollerante, mezzo leghista, xenofobo e violento. Insomma, quello che ci voleva per condire e completare la campagna elettorale.

E per evitare un ragionamento di fondo. L’unico che va fatto. Se leghiamo tutto, non possiamo non notarne il filo-conduttore: droga, sesso, solitudine, giovani alla deriva, famiglie assenti o impotenti, città ridotte a Bronx, politiche folli di immigrazione, che scatenano il razzismo della gente. Stiamo parlando del male che avanza. Dell’inferno sulla terra, quando si perdono i valori essenziali della società: il senso della vita, distrutto dalla cultura di morte, dall’individualismo, dal nichilismo, dall’edonismo, il consumismo. Succede quando l’uomo perde la ragione e la religione e mette se stesso al centro di tutto, e la società perde il confine tra il falso e il vero, diventando la società radical e liberal del pulsioni dell’io.

Il vero bipolarismo non è tra destra e sinistra, geografie che servono soltanto a confermare le oligarchie e il ceto politico, ma appunto tra bene e male.

Per far ripartire l’Italia e non solo, bisogna ripartire dalla cultura della vita, dal diritto universale a vivere, dal concepimento alla morte naturale, dal diritto di un figlio ad avere un padre e una madre, un solo padre e una sola madre; dal diritto a non lasciare soli gli anziani, i deboli, i piccoli, i malati, dal diritto a non emigrare e a restare tutti nelle loro patrie.

E in primis, dalla centralità della famiglia, il primo luogo dove si sperimentano quei valori che devono essere affemati e difesi nella società: protezione, sicurezza, accoglienza, solidarietà, sussidiarietà.

E per questa ripartenza non c’è bisogno dei tanti, troppi, seminatori di odio, dei tanti, troppi, cattivi maestri. Vi ricordate quando i vari Mieli, Bocca, Eco, firmavano gli appelli degli intellettuali di sinistra “né con lo Stato né con le Br”?. O quando si sosteneva il famoso diritto diseguale, puro marxismo giuridico (se un delitto viene commesso a Reggio Calabria è diverso dallo stesso delitto compiuto a Milano, dato il diverso contesto socio-economico)? Questo veleno ideologico giacobino fa il paio con chi oggi afferma che il reato compiuto dai migranti non va punito come se fosse stato commesso dagli italiani (a causa del disagio sociale), o che aver sezionato un corpo come quello di Pamela va inquadrato alla luce della inconsapevolezza culturale derivata dalla provenienza del nigeriano.

Oltre il male c’è anche il veleno.

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