Da #Monteverde a via Fani: quell’Italia radical e liberal che difende Caino

Politica

Le Forze dell’Ordine li hanno arrestati. Quelli di Monteverde, che non si sono fermati al posto di blocco, tentando di investire i due Carabinieri, causando la loro legittima reazione: erano due delinquenti (ora accusati ovviamente di tentato omicidio, con decine di precedenti penali sul groppone).

La verità va chiamata per nome. Ma non è importante (o almeno non solo) la vicenda specifica, di ordinaria malavita, né tantomeno l’indignazione di un quartiere che da mesi subisce rapine, scippi, aggressioni in pieno pomeriggio. A cui speriamo si darà una risposta degna. Roma come il Bronx.
Quello che indigna è l’immediata copertura mentale che sui social parte a razzo con un unico obiettivo: colpire, demonizzare, massacrare, le istituzioni, sciorinando tesi che vanno dal garantismo più estremo, al tecnicismo più pignolo, fino alla pancia livorosa contro lo Stato.

Morale, i “commentatori virtuali” stanno sempre di fatto, dalla parte di Caino, dei delinquenti; il male diventa la Polizia e il dibattito (titolo di Repubblica) si concentra sugli agenti che sparano a poveri passanti. Polizia che ormai è diventata l’Arma del sopruso, dello Stato tirannico e ingiusto. Che turba la pace dei cittadini.
Proposta: la Polizia abolisca i posti di blocco in città (può sempre passare qualcuno) e faccia relativa richiesta di autorizzazione alla criminalità, per evitare spiacevoli incidenti… che possano turbare la pace. Una pace nel nome di cosa? Di un’idea di Stato, di legalità e di legittima repressione del male e del crimine (una delle regole basilari della democrazia) che non ci sono più. Azzerate nella coscienza degli italiani.

Ecco che infatti, si arriva, ad esempio, a giustificare gli assassini seriali (grazie a trasmissioni che rendono il male attraente, senza contraddittorio), ecco che si arriva a flirtare, simpatizzare istintivamente con gli ex terroristi delle Br, mai pentiti, in occasione del ricordo della strage di via Fani, dando loro dignità televisiva (nelle pance campeggiava la scritta ex dirigenti delle Br), ignorando le ragioni delle vittime (gli Abele), delle famiglie degli agenti trucidati; ecco che ogniqualvolta un cittadino si difende da un assalto dentro casa, di rapinatori armati, i media, molta politica, molti intellettuali (i cattivi maestri) e gran parte dell’opinione pubblica, minimizzano o se la prendono con la sproporzione tra offesa e reazione.

Imbastendo spiegazioni ridicole, cervellotiche e faziose.
Ecco che, infatti, fin dagli anni Settanta si tenta di imporre il diritto diseguale (visione marxista della giurisprudenza, secondo cui “è l’ambiente che determina la coscienza”): se un delitto viene compiuto a Reggio Calabria (per la situazione economica) va punito meno duramente di uno stesso delitto compiuto a Milano; o se un extracomunitario occupa abusivamente una casa, il suo delitto va derubricato come disagio sociale. Se lo fa un italiano va punito diversamente.
Insomma, il male è diventato bene e il bene il male. Poliziotti e delinquenti stanno sullo stesso piano. Invece, non si comprende una cosa semplice: se la Polizia sbaglia, è un poliziotto che sbaglia; la criminalità sbaglia per definizione.
C’è qualcosa di marcio nel modo di pensare degli italiani, che sta minando profondamente il concetto di relazione pubblica, di educazione civica, di polis, di bene comune e di legge. Una reazione istintiva, riflesso condizionato di un pensiero che si è radicato nella sua versione più becera. Vediamo di andare al punto.
E’ l’odio ideologico verso lo Stato, verso ogni forma di autorità: dal leader politico, dal padre, al professore, al poliziotto.

Tutto rovesciato: lo Stato è il male, l’oppressore, il gabelliere, l’occupatore. Se c’è un posto di blocco, non è per tutelare i cittadini dalla delinquenza, ma un potenziale sopruso verso la libertà. Il padre, grazie ad un’opera di mistificazione (accostato al padre padrone) è stato evirato culturalmente (e infatti abbiamo una società senza padri, con danni enormi sui figli). Il leader politico, anche per sue dirette responsabilità, è sinonimo di ladro e corrotto (questo è il risultato della nuova lotta di classe dei grillini, del populismo di certa destra e del moralismo di certa sinistra). La scuola è inutile (e fonte di indottrinamento), e il poliziotto è un fascista e se manganella i centri sociali ‘sfascia tutto’ è una dittatura. Meglio l’indifferenza o addirittura stare dall’altra parte, un disimpegno ostile, venduto come mistica del legalitarismo e del garantismo.

Il tema è proprio questo: c’è un’idea sbagliata, ipertrofica di democrazia e di libertà. E’ ormai la società delle pulsioni dell’io, e lo Stato, il bene comune, devono sparire, al massimo trasformarsi nel vigile urbano che tutela soltanto il bene individuale, l’egoismo e l’individualismo di massa.
Deve sparire non solo l’autorità, il dovere, ma anche chi (cittadini, giornalisti, pensatori, soggetti politici, intellettuali, istituzioni civili e religiose, Forze di Sicurezza) ricorda a tutti l’idea di dovere, di limite, di errore, di reato. Chi lo fa è un nemico di classe.
C’è molta autobiografia nazionale in questa rimozione collettiva. La stessa cosa sta avvenendo nella religione: deve sparire l’idea di peccato e chi lo ricorda.

E’ il risultato del pensiero liberal e radical nella sua accezione e declinazione metropolitana, post-ideologica.
Ed è proprio così che la società, implode e muore. Dall’interno.

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