Governo, il terzo uomo per Salvini e Di Maio: ipotesi da Flick a Cassese

Politica

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Un giorno si riavvicinano e un altro si allontanano. Un giorno ripristinano l’asse che li ha portati a scegliere, di comune accordo e virtuosamente, la presidenza della Camera e del Senato, e un giorno sembrano perdersi nelle logiche e dinamiche interne ai loro schieramenti o partiti.

Matteo Salvini, in questa fase, ha due grossi problemi. Guidare la coalizione di centro-destra, con la legittima ambizione, dati i voti che ha ottenuto il 4 marzo, di rappresentarla tutta, evitando le fratture interne e la palla al piede costituita da Forza Italia. Partito che Luigi Di Maio assolutamente non vuole e non considera per principio nell’agenda e nell’accordo che dovrebbe portare a Palazzo Chigi.
Salvini sa perfettamente che con la sua coalizione è forte, senza Fi diverrebbe subalterno ai 5Stelle. Una minorità che non può permettersi.

Di Maio ha, specularmente, gli stessi problemi: è il primo partito nel paese, ma la coalizione vincente è il centro-destra, e la sua strategia può portare all’eternità o alla dannazione.
All’eternità, se riuscirà ad esprimere una governabilità coerente e stabile; alla dannazione se fallisce l’operazione moderata, condannandosi all’esilio, a fronte di un partito che non vede l’ora di tornare alle orgini movimentiste e pure, in omaggio alla sua concezione assolutista della democrazia diretta, che non contempla mediazioni parlamentari o compromessi di sorta. Infatti, già i primi segnali che si hanno dentro il movimento sono di passiva attesa, prima di ripassare alle armi. Si legga, come ti brucio Di Maio.

In attesa delle scelte del capo dello Stato Sergio Mattarella, è ovvio che questo sia il tempo, queste siano le ore, delle schermaglie e delle tattiche. Sia Salvini che Di Maio stanno alzando il tiro, la posta per incassare il più possible e migliorare, potenziare la loro agibilità politica: al leader della Lega mancano 50 parlamentari da convincere alla Camera e al leader dei 5Stelle molti di più. A meno che non facciano un governo direttamente insieme o i 5Stelle col Pd, che in questo momento sembra afflitto da sindrome aventiana (frutto della lotta interna tra renziani e post-renziani o de-renzizzati).

Alzano il tiro per ottenere, da una parte, l’incarico; dall’altra maggiori punti programmatici da condividere. E da questo punto di vista, nonostante i pregiudizi ideologici di molti osservatori accreditati, Salvini e Di Maio, dei punti in comune, ce li hanno. Lo Speciale li ha già anticipati: abolizione della legge Fornero, politiche anti-casta, anti-Ue, moralizzazione della vita pubblica, abolizione degli sprechi della politica, stretta sulla sicurezza e sull’immigrazione, mediazione tra il reddito di cittadinanza e la flat tax, nel senso di una specie di reddito di inclusione modulato con una riforma della contribuzione. Infine, una maggiore attenzione alla famiglia e ai malati (i disabili).
Ma tutti e due sanno benissimo che non saranno loro a guidare il futuro governo. Lo dicono i numeri e la “geometria” politica.

Morale della storia? Siamo tutti in attesa di conoscere il famoso terzo uomo, la famosa terza figura, che dovrebbe fornire l’alibi a Lega e 5Stelle per varare Il loro esecutivo di “coesione parallela”, o populista2.0.
Il centro-destra guarda, secondo precise indiscrezioni, ad un profilo tipo il costituzionalista Sabino Cassese; i 5Stelle guardano ad un modello-Fico o Raggi, legalitario e giustizialista, e si stanno orientando su un magistrato alla Flick.
Nomi che per il momento vengono lasciati volutamente sottotraccia, per spuntare al momento opportuno. Malgrado le parole e gli annunci pubblicitari, Salvini e Di Maio sono legati anche da una certezza e da un destino: hanno tutto da perdere ad andare al governo.

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