Royal baby, modello Torino e Alfie Evans: ecco il vero discriminato

Politica

La giornata di ieri passerà alla storia per tre bambini. Alle 11,01 al St Mary Hospital di Londra è nato il Royal baby, l’ultimo principe maschio di William e Kate: festa e giubilo dei sudditi inglesi, in un’atmosfera già elettrica per il genetliaco della regina Elisabetta. Alle 11.05 a Torino la prima registrazione di un bambino ottenuto grazie alla fecondazione eterologa, figlio di due mamme (?), senza papà, anzi, il papà è un donatore di seme. Altro giubilo da parte dei media, degli intellettuali e della politica laicista, che vede in questa impresa che non rispetta la legge vigente – impresa della sindaca grillina Appendino – un esempio di civiltà, di progresso e di cambiamento sulla strada dei diritti civili. Modello Nord-Europa.

E, a proposito di modello Nord-Europa, sempre ieri abbiamo assistito, a Liverpool, all’Alder Hay Children’s Hospital, al dramma di Alfie Evans, un altro bambino, senza la stessa fortuna del Royal baby, senza gli appoggi ideologici e il favore della stampa, lasciato solo e con pochissimi amici a sostenerlo, reo di essere stato colpito da una malattia forse inguaribile, ma non incurabile; reo di aver perso la battaglia contro i giudici e i medici inglesi (i ricorsi e gli appelli dei genitori sono stati respinti dalle autorità), e reo di continuare a vivere anche senza sondino, nonostante i medici gliel’abbiano staccato di notte, per evitare il clamore e lo sdegno.

Tre storie opposte, segno della società attuale, delle sue contraddittorie tendenze e della sua deriva antropologica: la vita e la morte che si confrontano, ma con un rischio terribile. Che sul tavolo ci sia una falsa idea di vita e una falsa idea di morte.

Da una parte (modello-Torino), l’estetica gaudente di una società dove ogni desiderio deve diventare obbligatoriamente un diritto, dove al primo posto non ci sono i bambini e il loro diritto ad avere un padre e una madre; ma dove conta unicamente la mente, la mera sfera individuale e individualista, o il “capriccio” dei singoli di ottenere soddisfazione alle loro pulsioni o al loro sentimento, dove tutto è ridotto a cose e a merce (e dove anche un figlio si può comprare, vendere o si potrà affittare un corpo).
Si possono usare, infatti, tante parole, maternità surrogata, gestazione per altri, ma la realtà, la verità è una sola: non è famiglia. E il risultato sarà  la costruzione di un contro-mondo abitato da parodie di famiglie, immagine rovesciata dei modelli naturali e della stessa concezione sancita dalla Costituzione italiana. “Famiglie ideologiche” la cui legittimazione parte, in questo caso, da Torino grazie alla sensibilità laicista della grillina Appendino.
Storture che chiamano rispetto per le diversità, lotta alle discriminazioni, cavallo di Troia con cui si giustifica, in realtà, il gender, le 54 identità sessuali liquide che hanno in comune soltanto l’alterazione della differenza naturale tra l’uomo e la donna: si pensi (ancora Torino come modello apripista) all’approvazione da parte della giunta grillina di un asilo “gender”.

Dall’altra (la Famiglia reale inglese), un bambino fortunato simbolo dell’identità collettiva di un popolo, cui sono e saranno destinati onori e glorie, feste e lustrini. Domanda: se avesse avuto la stessa malattia di Alfie Evans, quale sarebbe stata la reazione dell’ospedale? Avrebbe prevalso “il dovere di morire per il suo bene”, o il diritto a vivere, tentandole tutte (il tema è sempre lo stesso: persone magari inguaribili ma non incurabili)? Avrebbe prevalso la dittatura formale, etica, dello Stato, le regole burocratiche dei medici e dei giudici, o il ruolo di eventuale erede al trono d’Inghilterra? E in questo caso, la famiglia reale sarebbe stata trattata come la famiglia di Alfie?
Infine, la resistenza di Alfie Evans, ci interroga e mette a nudo il falso buonismo compassionevole di certa cultura laicista: si strumentalizza un caso doloroso per uccidere (dall’alto) una persona ritenuta senza speranze.
E qui il tema non è soltanto cattolico, ma antropologico. E’ lo stravolgimento della filosofia del giuramento di Ippocrate. Alfie Evans non vive grazie alle macchine, ma con l’ausilio delle macchine. E lo ha dimostrato chiaramente questa notte: ha resistito senza respiratore, senza ossigeno, per oltre 10 ore. Ed è miseramente caduta la motivazione delle sentenze dei giudici: “Dobbiamo sospendere la ventilazione che consente la respirazione artificiale nel miglior interesse del bambino”.

E quindi, il paradigma si è rovesciato: sono i medici che togliendo l’ossigeno condannano il bambino in prospettiva e dopo lunghe sofferenze a soffocare nel suo stesso respiro.

Una spaventosa cultura di morte, che non può essere accettata.
Complimenti all’Italia, ai ministri Alfano e Minniti, che hanno concesso la cittadinanza al piccolo Alfie. Ci sarà una ragione per cui i genitori di Charlie Gard e di Alfie Evans hanno guardato all’Italia (sperando di non assistere allo stesso film di Charlie). Noi non siamo l’ultimo avamposto della reazione ma il faro della civiltà rispetto al modello disumano del Nord-Europa. Da noi c’è la Chiesa che difende l’uomo e la sua dignità, dal concepimento del nascituro alla morte naturale.

Ma il Santo Padre dovrebbe riflettere su una cosa: come mai i suoi appelli su migranti e solidarietà mondiale vengono sempre accolti, e quelli in difesa della vita, o contro la dittatura, l’inganno della mente, del gender, vengono ignorati?

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