25 aprile. Chi ricorda Giorgio Perlasca, Salvo d’Acquisto e Sogno?

Politica

Ieri si è celebrata la festa del 25 aprile. E ogni volta si assiste alle solite manifestazioni retoriche, alle solite rievocazioni enfatiche, alle solite parole vuote e alle solite divisioni tra partiti, opinionisti, storici.

La parte destra (estrema) dell’Italia nega la Resistenza e parla di occupazione americana. La parte sinistra dell’Italia la mette sull’antifascismo, sulla xenofobia, l’antisemitismo, sui “malintesi egoismi nazionali”, un modo per “attualizzare” la Resistenza legandola alle problematiche di oggi. Lette in controluce queste affermazioni si traducono naturalmente, in “più” democrazia laicista, “più” globalismo, “più” Europa e un no deciso ai sovranismi, ora vincenti un po’ ovunque. Una denuncia esplicita del pericolo populista rappresentato dai vincitori alle scorse elezioni del 4 marzo, nella speranza che gli elettori possano ravvedersi e ritornare nell’alveo delle forze vere e responsabili. Questo ci ha detto ieri il sistema mediatico istituzionale.

La parte centrale dell’Italia, infine, sta col piede in due staffe. Ricorda il passato, ma ha dimenticato i rischi della dittatura, è contro la guerra unicamente per non veder turbato il proprio stile di vita e il proprio benessere (che non c’è più), e sonnecchia di fronte all’ingovernabilità, deluso pure dal recente voto di protesta che ha dato.
Il risultato è stato la sfilza di celebrazioni contrapposte (quasi uno stanco teatrino): cortei ufficiali che hanno visto l’ennesima divisione tra Anpi, estrema sinistra, sinistra, e Brigata Ebraica (la questione palestinese sembra insormontabile), il presidente della Repubblica Sergio Mattarella recarsi in Abruzzo, amplificatore di parole lontane anni luce (prima Repubblica), e Silvio Berlusconi presente alla malga di Porzus, luogo dove i partigiani rossi massacrarono i partigiani bianchi (monarchici, liberali, cattolici) attribuendo per 50 anni, e facendo attribuire ai libri di storia (di parte), tale mattanza ai nazi-fascisti.

La verità è che la pacificazione nazionale è una chimera. Siamo ancora figli di patrie di parte, eredi della guerra civile e della guerra fredda. Le antiche contrapposizioni (destra-sinistra, fascismo-antifascismo, comunismo-anticomunismo), sono diventate eterno scontro tra opposte tifoserie, uno scontro tra fan che ha solo cambiato nome: oggi è mero duello tra ricchi e poveri, tra casta e popolo (declinazione grillina delle categorie politiche). Con l’avvertenza che pure i grillini di governo stanno trasformandosi in casta.
Siamo come popolo, come storia, ancora figli di una storia non condivisa, di una memoria nemmeno accettata, uniforme e acquisita a parole, lacerata e spezzettata nella sostanza. Il Risorgimento ha spezzato il passato visto come il male assoluto; il fascismo ha spezzato l’Italia liberale e giolittiana; l’antifascismo resistenziale ha spezzato il fascismo, ritornando al filone risorgimentale socialista e repubblicano (ovviamente depurato del lato monarchico e liberal-costituzionale). La Repubblica è nata con un referendum a forti sospetti (per molti osservatori ed esperti) di brogli, con un’Italia divisa in due: il Centro-nord repubblicano e il centro-Sud monarchico.

Quali sono oggi i valori unificanti di noi italiani? In quali simboli collettivi ci riconosciamo? Ogni istituzione è stata demolita, screditata, le Forze Armate, i Carabinieri, lo Stato, la scuola, la Chiesa, la famiglia… resta forse solo il Quirinale apprezzato, quando accade, per quanto di arbitrale ed aggregante (quindi di monarchico) riesce a fare.
Siamo una repubblica presidenziale, parlamentare, federale? Nessuno può dirlo.
Quando guariremo da questa malattia che ci impedisce di essere una grande nazione? Sempre oscillante tra nazionalismo frustrato, autolesionismo ed esterofilia?
Un esempio, tanto per ritornare alla Resistenza: si può dire che i comunisti partigiani, protagonisti indubbiamente della liberazione, non hanno combattuto per la libertà, perché in buona fede, credevano nell’eden sovietico che non è stato proprio il paradiso della libertà (il comunismo non è una democrazia liberale)? Si può dire che non hanno combattuto per l’indipendenza nazionale, perché, nel caso dei gappisti autori dell’eccidio di Porzus, volevano cedere lembi della nostra sovranità a Tito?

Non si può dire, si diventa automaticamente revisionisti. Ma ricordiamolo, il revisionismo (se così lo vogliono chiamare) non è un vulnus: lo storico si avvale sempre di documenti, testimonianze e fonti che per loro natura si aggiornano, cambiano, smentiscono le analisi precedenti. Il negazionismo, invece, nega ideologicamente l’evidenza.
E allora, in attesa di un vero revisionismo storico italiano, preferisco ricordare il sacrificio degli eroi del calibro di Giorgio Perlasca, che da conservatore cattolico, salvò 5mila ebrei, Salvo d’Acquisto, carabiniere, che si immolò da innocente, Edgardo Sogno, liberale, capo della Franchi e della Mauri (partigiani autonomi) e del generale Della Rovere, che ha guidato la resistenza romana.

Altri eroi colpevoli di non essere dalla parte giusta. La resistenza l’hanno fatta anche i Carabinieri, e tanti italiani anonimi, senza lustrini e professionismo.

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