E l’Iran senza la bomba cominciò a far più paura della Corea del Nord

Esteri Politica

A fare la faccia cattiva in politica estera non ci si fa amici, ma si tengono a bada i nemici. Prendete Kim Jong-Un; leader di uno stato poverissimo, ha avuto ieri un colloquio da pari col premier della Corea del Sud, una delle principali economie del pianeta, e si appresta a scomodare il presidente USA Donald Trump, che a giugno si recherà a Pyongyang per incontrarlo. Il motivo, anche se non fa piacere ricordarlo, è che la Corea del Nord possiede l’arma atomica, il lasciapassare che consente a qualunque dittatura allo sbando di diventare un attore di primo piano sullo scacchiere internazionale.

Quello che non è riuscito all’Iran, che a quasi tre anni di distanza dalla firma a Ginevra del JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) col quale ha interrotto lo sviluppo del programma nucleare in cambio di un allentamento delle sanzioni contro le sue esportazioni, si trova con un’inflazione al 10 per cento, la moneta locale che da settembre si è svalutata di oltre la metà del suo valore e un’economia in recessione quando appena due anni fa era cresciuta del 13,4 per cento.

Numeri che dicono tanto ma non tutto della crisi della Repubblica islamica, che continua a essere il nemico numero uno di Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita e pure dell’Isis, che tramite il suo portavoce Abu Bakr al-Baghdadi ha citato come primo nemico da colpire, prima ancora degli americani, i “pagani” sciiti. La politica di dialogo con l’Occidente non sembra aver portato molto giovamento al leader moderato Rohani, costretto ora a difendersi dalle critiche dei falchi del regime secondo i quali, se si fosse proceduto con l’arricchimento dell’uranio fino a ottenere l’arma atomica come fatto dai nordcoreani, ora anche loro potrebbero costringere Washington a trattare l’Iran con i guanti bianchi.

Invece Donald Trump ha più volte affermato che dal 12 maggio prossimo potrebbe decidere di non rispettare più i termini dell’accordo JCPOA, imponendo nuove sanzioni all’Iran e a tutte le compagnie straniere – comprese quelle europee – che dovessero continuare a fare affari con Teheran. Se dovesse accadere la produzione di greggio e gas naturale crollerebbe e l’economia locale finirebbe col collassare, con conseguenze imprevedibili.
Per ora l’unico alleato dell’Iran sembra essere il prezzo del greggio, salito negli ultimi mesi a causa delle crisi di due dei maggiori paesi produttori, il Venezuela e la Nigeria, e alla conseguente diminuzione della produzione mondiale di un milione di barili al giorno. Se anche l’Iran dovesse implodere, l’unico grande esportatore sui mercati mondiali sarebbe l’Arabia Saudita, che a quel punto potrebbe decidere in maniera unilaterale un aumento del prezzo al barile persino oltre i cento dollari. Possibilità che Trump teme quasi quanto un Iran dotato di arma nucleare, perché il suo elettorato è sensibilissimo al tema del prezzo della benzina.

Per ora l’Iran cerca di nascondere le sue ansie facendo la voce grossa: il ministro degli Esteri Zarif ha promesso che in caso di rinnovamento delle sanzioni il regime riprenderà l’arricchimento dell’uranio passando dall’attuale 5 per cento al 20, non abbastanza per dotarsi di una vera arma nucleare ma sufficiente a realizzare una cosiddetta bomba sporca, capace di rilasciare materiale radioattivo. Il presidente Rohani, dal canto suo, ha assicurato che l’Iran sta mantenendo i termini imposti dal JCPOA, aggiungendo che se gli USA lo stralceranno “Sicuramente se ne pentiranno. La nostra risposta sarà più forte di quel che immaginano”.

La soluzione dell’ennesimo conflitto nell’area sembra essere, tanto per cambiare, nelle mani degli altri due firmatari di peso del JCPOA, Russia e Cina. Se entrambi dovessero continuare gli scambi commerciali anche dopo l’imposizione delle sanzioni americane, l’Iran potrebbe forse andare avanti, trasformandosi però da attore autonomo dell’area a semplice pedina, accanto a Siria e Yemen, nel grande Risiko mediorientale ormai dominato da Vladimir Putin.

di Alfonso Francia

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