Direzione dem. Gli amici, i nemici di Martina e il piano di Renzi

Politica

Cronaca di una direzione eterodiretta. Il Partito democratico ormai, è sempre più lontano dalla sua gente, sempre più un partito di élites, sempre più laicista e non più americano-veltroniano-prodiano, ma resta sempre il partito più esperto in termini burocratici (vecchia scuola).

Sa come muoversi tecnicamente, sa come gestire le crisi interne, sa come rimediare alle difficoltà, come comunicare, perfetto nella forma, ma poi perde comunque le elezioni, perde nella sostanza.
Ma non importa: tanto vince anche quando perde. Da ricordare il senso di ogni dichiarazione dei suoi leader subito dopo il voto del 4 marzo: andiamo ad occupare il posto che gli elettori ci hanno assegnato. Come dire, autoreferenziali fino alla morte. Del resto, la tradizione neo-post-comunista (soltanto mediatica), ha questo dna: sono i puri, i perfetti. Sapete quale era il nome del primo gruppo comunista della storia, nome ideato da Karl Marx? La lega dei giusti (come volevasi dimostrare).
E anche la direzione di ieri non è sfuggita alla medesima logica e alle stesse caratteristiche: fiducia confermata al reggente Martina, ritrovata unità (frutto dell’antico centralismo democratico), no ad un governo con i 5Stelle.

Tradotto in codice, vuol dire “abbiamo evitato di contarci”, “di evidenziare pubblicamente la realtà”, quella di un partito diviso in due tronconi, sull’orlo di una crisi di nervi e di una spaccatura lacerante: gli aventiani, i “collisti” (Franceschini, Orlando, Gentiloni, amici del Quirinale), i collaborazionisti (Boccia, Emiliano, Zingaretti), i duri renziani (divisi tra fedelissimi e potenziali traditori), e gli indipendenti, guidati da Orfini. Un puzzle complesso e articolato, dove le strategie politiche si sovrappongono alle ambizioni personali.

Puzzle che ha costretto e costringerà il reggente Martina a fare i salti mortali. Ha ottenuto il mandato a tempo fino all’assemblea che dovrà decidere direttamente il nuovo segretario o il congresso (le primarie) che già si annuncia di fuoco.
Proprio lui, il reggente, che aveva tentato (discorso ancora possibile) una linea mediana tra l’Aventino e il cedimento, ossia il dialogo attraverso le idee e i desiderata, i binari di Sergio Mattarella, in vista di una collaborazione a tema (contratto), sui temi, con i 5 Stelle, o in vista di un governo istituzionale. Operazione legittimata ideologicamente da Fassino, sostenitore di un ritorno al bipolarismo tra centro-destra e centro-sinistra, laddove per centro-sinistra si intende una futura fusione tra dem e grillini.

Ma chi sono gli attuali alleati di Martina? Proprio quelli che volevano disarcionarlo. I renziani che cantano vittoria.
Perché il loro è un falso isolazionismo. Hanno in mente un governo che recuperi le vecchie categorie (modello patto del Nazareno), come da vecchio schema Berlusconi-Renzi, concepito prima del voto e del varo del Rosatellum2.0. Infatti, Martina, nel suo intervento, ha svelato le carte dando segnali ben precisi: “No con 5Stelle, ma a nessuno venga in mente di fare un governo con Salvini e Berlusconi”.

Un’interdizione chiara nei confronti del suo ex amico Renzi. Cosa ha in mente l’ex segretario? Due piani:
1) Governo di tregua o delle regole (per le riforme e la legge elettorale) votato dal centro-destra con l’astensione di Pd e 5Stelle;
2) Governo di tregua o delle regole (comprese le emergenze economiche), votato dal centro-destra e i 5Stelle con l’opposizione dei dem;
Tutto questo in attesa di vedere le mosse di Mattarella: i nomi che girano, di figure terze, autorevoli, istituzionali, non sgradite ai partiti, potrebbero adattarsi alle due ipotesi: Cassese, Pajno, Lattanzi. Voleranno ancora gli stracci? Sembra proprio di sì.

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