Perché spostando l’ambasciata a Gerusalemme Trump ha fatto un pasticcio

Esteri Politica

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Donald Trump continua a mantenere le promesse fatte in campagna elettorale, comprese quelle che molti – anche tra i suoi sostenitori – speravano sarebbero rimaste disattese. Come annunciato mesi fa l’ambasciata USA in Israele è stata spostata da Tel Aviv a Gerusalemme; una mossa con la quale il presidente americano ha dichiarato implicitamente che la città santa è la capitale del solo stato ebraico, con buona pace delle ambizioni palestinesi sulla zona Est. I risultati? 58 palestinesi uccisi e un clima di ostilità diffuso nei confronti di Israele, non solo nel mondo musulmano ma pure in Europa.

La decisione del presidente USA di traslocare l’ambasciata è stata sfruttata da Hamas per lanciare una protesta in grande stile. Tutti gli abitanti della Striscia di Gaza sono stati chiamati tramite altoparlanti ad ammassarsi al confine per essere poi incoraggiati a forzare il blocco dell’esercito israeliano. I palestinesi avevano anche cominciato a organizzare le postazioni di lancio dei razzi, ma l’aeronautica ha bombardato le rampe prima che venissero utilizzate. A rendere la situazione ancora più critica è il momento scelto per questa dimostrazione pubblica di amicizia da parte di Donald, ovvero il 70esimo anniversario della nascita di Israele. Per i palestinesi l’evento è ricordato come la Nakba (in arabo “catastrofe”), l’anniversario della guerra contro il neonato stato ebraico, conclusasi con una disfatta per le forze arabe e la fuga verso i campi profughi in Giordania per 700mila persone. Facile che molti l’abbiano vista come una provocazione.

Non è di sicuro di questo avviso il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che ha ringraziato Trump per aver «riconosciuto la storia e fatto la storia». Non è sembrato per nulla preoccupato per le morti palestinesi, e neanche per le conseguenze che queste potrebbero avere sulla reputazione dei suoi compatrioti. Non è un mistero che i rapporti tra Israele e i suoi vicini siano ai minimi storici, tanto che a inizio maggio pure un leader politico più o meno moderato come il presidente dell’ANP Abu Mazen ha detto, in diretta tv, che le persecuzioni degli ebrei in Europa non sarebbero da ascrivere «a motivi di natura religiosa», ma al «comportamento sociale» delle comunità ebraiche. Per paura di non essere stato abbastanza chiaro, ha poi parlato esplicitamente di «usura e attività bancarie».

Trump e Netanyahu pensano che il modo migliore per reagire a questi pesanti attacchi antisemiti sia mostrare un Israele forte, ormai indifferente alla questione araba e ostile alla divisione di Gerusalemme, precondizione indispensabile per qualunque accordo che miri alla creazione di uno stato palestinese. D’altra parte Netanyahu non si era mai mostrato così interventista, e Trump così disposto a seguirlo in ogni iniziativa. Nelle ultime settimane Israele ha bombardato postazioni iraniane in Siria e ha ottenuto che Trump facesse uscire gli USA dall’accordo nucleare siglato nel 2015 con l’Iran. L’apertura dell’ambasciata a Gerusalemme è quindi solo l’ultimo passo di una strategia che mira a rendere Israele sempre più isolato – ma pure indipendente – rispetto ai vicini arabi.

L’isolamento potrebbe essere aggravato dalla posizione della UE, che pur essendosi come al solito divisa (Austria, Repubblica Ceca, Ungheria e Romania hanno partecipato all’apertura dell’ambasciata) ha condannato ufficialmente lo spostamento di sede. Bisognerà vedere se Trump sarà in grado di difendere da solo un paese che, esclusi gli Stati Uniti, si trova senza alleati di peso e con tanti avversari che ne vorrebbero la sparizione.

di Alfonso Francia

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