Matrimonio reale e rischi della monarchia inglese. Meghan come Diana?

Esteri

La coppia Harry-Meghan avrà un ruolo “politico” (nel senso lato) e non meramente cerimoniale. Questo l’annuncio ufficiale post-nozze. Certamente, i due giovani potranno godere di una maggiore libertà di movimento rispetto ai principi ereditari (William e i suoi figli, destinati al trono), e lo si è visto anche nella scelta del loro matrimonio; ma da adesso in poi, si parrà la loro nobilitate.

Essere famiglia reale, non vuol dire partecipare unicamente ad un grande reality show, vuol dire rappresentare una storia, una mission e un dna ben preciso. Vuol dire incarnare lo Stato, spogliarsi del dato personale per diventare simbolo collettivo, patria vivente, unità fisica della nazione, espressione della sua millenaria tradizione e stabilità pubblica. La monarchia non è il risultato di un sogno personale, il frutto fiabesco di un’ambizione individuale e individualistica, ma obbliga ad astrarsi (e costa fatica). E’ quello che viene chiamato “impersonalismo istituzionale”. Macigno cascato addosso, ad esempio, alla principessa Diana, che non è riuscita a separare sentimento personale (anche motivato dal matrimonio infelice col principe Carlo), e il mestiere di futura regina. Dramma che Indro Montanelli sintetizzò col suo consueto e graffiante stile: “Si è comportata come una sartina, non ha portato le corna con stile”.

Meghan riuscirà in questa impresa, venendo da una cultura dove tutto è passione e calcolo? O bisserà la parabola di Diana? Dopo una fase entusiastica sarà in grado di vestire veramente i panni di duchessa di Sussex, anche se obbligatoriamente per gerarchia dinastica, la regina Elisabetta le concederà molta autonomia?
Questo è il punto.

Il matrimonio tra Harry e Meghan si può leggere, infatti, in due modi opposti: una grottesca americanata, con sermoni da musical afro-religiosi, l’ostentazione di un femminismo ideologico violento, la derisione verso ogni prassi convenzionale religiosa (anche della liturgia della messa); oppure il tentativo riuscito della monarchia di mostrarsi ulteriormente al passo con i tempi, di saper gestire dall’alto la sua stessa trasformazione, assorbendo e “monarchizzando” la nuova società multiculturale, multirazziale, multireligiosa, la società arcobaleno dei diritti civili a 360 gradi.

Come dire, ogni femminista o attricetta può diventare regina, anche di colore nella vecchia Inghilterra, con esperti che auspicano un prossimo principe islamico o un re gay: tutto normale?
Ma il tema è il prezzo di questa integrazione: è la società (nuova) che sale verso la monarchia, o è la monarchia che scende verso la società, ammesso che quella descritta (la società laicista) sia quella migliore e irreversibile?
La magia e il ruolo delle Corone da quando esistono, è stata sempre la distanza dalla società (non si può essere giudici e parti in causa al tempo stesso); sono stati l’esempio, la sacralità del potere, la funzione arbitrale super-partes e la moral suasion verso la politica.

Il timore è che la desacralizzazione ludica e mediatica trasformi un’istituzione così amata e antica, in un mero brand commerciale e quindi inutile. Finora la regina Elisabetta ha rappresentato gli autentici valori della Corona e ha impedito tutto questo. Con Meghan cosa accadrà?

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