Anniversario 194. Facciamo il decoder alle parole di Emma Bonino

Politica

Nel quarantesimo anniversario della legge 194, si è aperto nel paese un sofferto ma sempre attuale dibattito sul suo bilancio. Sei milioni di morti (bambini non nati), esattamente come l’Olocausto, possono essere considerati una conquista civile? E i numeri degli ultimi anni in diminuzione, motivati dall’uso esponenziale della “pillola del giorno dopo”, possono essere ritenuti un buon segno?

Argomenti che si rincorrono. Da una parte, la piazza (che non è più da tempo femminista): la consueta “marcia per la vita” versione 2018, è andata oltre le più rosee previsioni. Larga partecipazione di popolo per le vie di Roma, presenza di politici e di associazioni religiose. A dimostrazione che la categoria antropologica, quando ben strutturata e motivata, risponde (si pensi al Family Day). Sui giornali, invece e sui media ufficiali (la tv), abbiamo assistito alla solita liturgia laicista. Ai soliti luoghi comuni. Indiscutibili.

Prendiamo ad esempio, l’intervista di Emma Bonino (la “sacerdotessa dell’aborto” l’icona dei diritti civili), concessa al Corriere della Sera il 22 maggio. E’ lo specchio (legittimo da parte sua) di una religione rovesciata, espressa con una neo-lingua, un lessico, che è utile decodificare, tradurre, per comprendere fino a che punto ci troviamo di fronte ad un’altra idea di vita, società, di umanità.

Il suo è un “cristianesimo senza Cristo”, un buonismo deviato (in realtà, un totalitarismo libertario), che ha come unico scopo azzerare il senso valoriale del cattolicesimo, il senso naturale del bene e del male, del falso e del vero, della vita e della morte. Entriamo nel merito delle sue dichiarazioni. Ecco le prove della dittatura laicista.

Per la Bonino la legge 194 ha funzionato perché “ha garantito il diritto delle donne alla libera scelta della maternità”. Ricordo sommessamente che la legge sottintende l’interruzione di gravidanza, quindi è una gravidanza, cioè un essere umano cui si nega il diritto di nascere. Diritto di nascere che dovrebbe venire prima del diritto degli adulti, o di una donna alla maternità, che semmai è un dono, non una iattura. Nessuno può decidere chi deve nascere e chi deve morire. Non c’è una maternità responsabile, ma la maternità.
La Bonino, inoltre, si rammarica che “addirittura il 70% dei medici pratichi l’obiezione di coscienza”, al punto che propone d’imperio “una quota riservata ai medici non obiettori nei concorsi per le assunzioni, come accade in Toscana”. Primo, l’obiezione di coscienza è prevista proprio dalla 194. Secondo, se ancora ha un senso il diritto alla vita e non il dovere di morire; se ha un senso il giuramento di Ippocrate, il fine della medicina, l’alta percentuale di medici obiettori è un fatto positivo, sacrosanto, non un fatto negativo.

Vuol dire che i diretti interessati, i medici, conoscono cosa significa il dolore e la sofferenza (non soltanto delle madri), ma il dramma oggettivo dell’interruzione di una vita.

E sull’idea di obbligare per legge “l’obiezione all’obiezione”, siamo all’assurdo: la dice lunga sull’impostazione politica dei radical, ma anche dei liberal: pretendono lo Stato al minimo in economia, e lo Stato al massimo su tutto il resto: spacciatore (liberalizzazione delle droghe), pappone (la riapertura delle case chiuse), assassino (eutanasia). La dice lunga sulla dittatura di una minoranza che impone ad una maggioranza (di obiettori) la propria concezione della società (un singolare modo di intendere la democrazia). Una minoranza che rimuove tutto ciò che le dà fastidio: i piccoli alla Charlie Gard o alla Alfie Evans e anziani (inguaribili ma non incurabili) danno fastidio? Si uccidono. I manifesti “Pro-vita” contro l’aborto che dicono la verità (“se mia madre mi avesse ucciso non sarei qui”) danno fastidio? Vengono rimossi (al contrario di spazzatura, immondizia, buche, degrado che imperano per Roma). La proposta della Bonino è frutto di un totalitarismo laicista che fa paura: l’obiezione all’aborto per lei non deve essere libera, ma “l’obiezione all’obiezione” deve essere obbligatoria per legge (come la rossa Toscana). E’ il contro-mondo.

E ancora. L’esponente radicale non è soddisfatta nemmeno dell’aborto farmacologico: “Si continua a limitare l’uso della pillola abortiva, imponendo un inutile ricovero di tre giorni. Bisognerebbe estenderne e facilitarne l’uso”. Ha ragione: vendiamola pure nei negozi. Anche qui, la parola d’ordine è facilitare l’aborto, anche con la pillola. E il risultato è una società dove la cosa più importante è la contraccezione, impedire la vita, non difenderla e affermarla.

Dulcis in fundo, l’affondo della Bonino nei confronti dei cattolici, considerati “una minoranza sempre sconfitta, perché l’aborto non è un’ideologia, riguarda la vita delle persone. Le donne sanno che è uno strumento anche se emotivamente doloroso, di cui hanno bisogno quando la contraccezione non ha funzionato”.

Basta scomporre questo teorema per accorgersi quale sia la vera ideologia veicolata dalla Bonino come un dogma: l’ideologia di morte:

1) Per la Bonino, stando alle sue parole, la vita è un’ideologia, non un dono, un fatto, una realtà superiore. Se anche la vita è un’ideologia, quindi partorita dalla mente, allora si può giustificare tutto, qualsiasi desiderio che diventa un diritto (e infatti ci troviamo a questo punto: adozioni gay, matrimoni egualitari, gender, sesso che si decide con la mente). Non a caso, proprio la cultura radical e liberal ha introdotto nelle legislazioni il concetto di vita “degna di essere vissuta” (o accanimento terapeutico), valutata secondo parametri razionali; principio che legittima infatti, l’eutanasia, la soppressione di chi non si ritiene degno di vivere. Ricordo che nazismo e comunismo (Lenin diceva che non esiste la realtà, ma solo l’interpretazione ideologica della realtà), sono figli di questa cultura. E i frutti si sono visti: milioni di morti, deportati nei lager e nei gulag, perché non volevano piegarsi all’ideologia;

2) Per la Bonino (sempre traducendo le sue parole), in definitiva l’aborto è uno strumento di contraccezione, nemmeno più un dramma. Siamo oltre il diritto ad abortire: siamo entrati a piene mani nella sfera del dovere di morire (sempre pensando al bambino innocente). Paradossale: la morte diventa la verità e la vita un’ideologia. Non è la sostituzione del vero col falso, del bene col male?

3) La visione della relazione tra uomo e donna della Bonino, al di là delle sue premesse dialettiche (di compassione laicista), è senza amore, senza fecondità. Si mette al centro solo la sessualità come liberazione dagli effetti naturali dell’amore stesso; si evidenzia la scissione tra piacere (legittimo tra uomo e donna) e vita (l’immenso dono della procreazione, prerogativa dell’unione tra uomo e donna). In questo modo (confermato dalla frase “le donne lo considerano uno strumento quando la contraccezione non funziona”), il figlio diventa inesorabilmente un incidente di percorso, un ostacolo alla libertà di coppia, un peso da eliminare. Come volevasi dimostrare. Senza considerare che gli uomini, demonizzati spesso a causa di fatti di cronaca (gli stupri, le violenze domestiche), sono del tutto emarginati dalla decisione della donna di abortire (la mistica dei diritti individuali). Non sono anche loro corresponsabili della vita del bambino?

La Bonino sa che il 30% delle telefonate nei centri anti-aborto, sono fatte da uomini allontanati da scelte unilaterali delle rispettive compagne, fidanzate e che vorrebbero essere coinvolti in una scelta che riguarda pure loro? E che così facendo si distrugge definitivamente ogni possibilità di tutelare la coppia?
In conclusione, si obietterà che la legge 194 è legge dello Stato e siamo in uno Stato laico. Ma proprio quella Costituzione cui si aggrappano i “laicisti”, dovrebbe ancora proteggere e tutelare la libertà di opinione. Anche quell’opinione (cattolica, antropologica, di buon senso), che ha diritto alla cittadinanza, che deve essere salvaguardata, insieme alla vita dei bambini e al loro diritto universale a nascere.

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