L’ombra di Gheddafi sul vertice fra Trump e Kim: chi non vuole la pace

Esteri

“Benvenuti su Scherzi a Parte”. Eh sì, e le vittime a quanto pare saranno tutti quelli che hanno davvero creduto che fra Trump e Kim Jong-un vi potesse essere veramente un incontro pacificatore e un autentico disgelo. Sembrava tutto vero, invece alla fine potrebbe essere stata soltanto una grande colossale sceneggiata, realizzata con la complicità del governo sud-coreano a fare da esca.  E’ di pochi minuti fa infatti, la notizia che Donald Trump ha annullato il vertice di Singapore.

Scherzi a parte, sembra davvero assurdo quello che sta avvenendo fra Usa e Corea del Nord. Ora spunta un’intervista alla tv Fox News, del vice presidente degli Stati Uniti Mike Pence che ha minacciato la Nord Corea di subire lo stesso trattamento della Libia di Gheddafi, se non dovesse rinunciare al suo programma nucleare.

Ma la cosa ancora più assurda è data dal fatto che Kim la bomba atomica, la sta potenziando proprio con l’intento di non ritrovarsi come Gheddafi. Un’arma di persuasione, più che di attacco, uno strumento di pressione per scoraggiare l’Occidente dal tentativo di attaccare Pyongyang. Questa almeno la tesi che hanno sempre sostenuto gli amici della Corea del Nord, non convinti delle mire bellicistiche di Kim ma sostenitori attivi del suo diritto a difendersi.

Come ha reagito il regime nord-coreano? “Come persona che si occupa degli affari esteri Usa, non posso celare la mia sorpresa per l’ignoranza e la stupidità dei commenti del vice presidente americano”, ha risposto Choe Son-hui, la numero due del ministero degli Esteri nordcoreano, incaricata agli affari americani e persona di fiducia di Kim Jong-un.

E il vertice di Singapore in programma, nelle intenzioni di Kim e Trump, il 12 giugno? Ufficialmente annullato da Trump come detto ed in maniera unidirezionale, anche se da Pyongyang fanno sapere di essere disponibili a riprendere il dialogo. Tutto dipenderà però secondo i nord coreani dal comportamento che gli Usa terranno nelle prossime settimane. Per il momento Trump ha sospeso tutto dicendo di non fidarsi delle rassicurazioni date da Kim.  “Non imploreremo gli Usa per il dialogo, né ci prenderemo il disturbo di persuaderli, se non vogliono sedersi al tavolo con noi”, ha sottolineato Choe Son-hui. Insomma, se rottura sarà l’avranno voluta gli Usa, non il regime di Pyongyang.

A questo punto sorge il legittimo sospetto che forse ciò che vuole Trump, non lo vogliono i suoi stessi collaboratori. Che fra i Repubblicani su questo punto, come sul nucleare iraniano, persistano da sempre posizioni oltranziste e diffidenti rispetto ad ogni tentativo di dialogo e di intesa non è certo un mistero, ma che il presidente Usa venga sconfessato dai suoi stessi “ministri” forse questo è troppo.

Ha iniziato il 14 maggio il consigliere alla sicurezza nazionale John Bolton che alla tv Abc, aveva dichiarato. “Gli armamenti dell’esercito nord-coreano dovranno essere trasferiti nei nostri laboratori a Oak Ridge, in Tennessee”, proprio come avvenuto con le armi di Gheddafi. Peccato che poco dopo però il dittatore libico abbia smesso di esistere, dal momento che si è trovato attaccato dall’Occidente ed è rimasto ucciso in seguito alla caduta del suo regime. Kim teme secondo gli osservatori più benevoli di fare la stessa fine e da qui deriverebbe il suo scetticismo al dialogo con gli Usa, Certe dichiarazioni dell’amministrazione americana certamente non fanno che avvalorare i sospetti del dittatore. 

“Se gli Stati Uniti ci incontreranno in una sala riunioni o durante uno scontro nucleare, dipende interamente dalle decisioni e dai comportamenti della Casa Bianca”, ha minacciato ancora la viceministra degli Esteri. I nord-coreani sembrano voler dimostrare di credere davvero al dialogo con l’Occidente ma di non potersi fidare più di tanto, e certe prese di posizioni Usa sembrerebbero dargli ragione.

Per confermare al mondo e alle opinioni pubbliche internazionali come non sia lui a volere la guerra e il mantenimento della tensione internazionale, Kim sta anche proseguendo lo smantellamento dell’arsenale nucleare nordcoreano con tanto di cerimonie atte a dimostrare la chiusura dei siti operativi nelle varie zone del Paese. Quindi?

Alla fine come osserva qualcuno si potrebbe trattare del classico “gioco delle parti”. Gli Usa non vogliono rivestire più di tanto i panni delle “colombe” pronte a dare fiducia all’ultimo dittatore comunista esistente sulla Terra,  e Kim da parte sua non vuole dare l’idea di essere pronto a tutto pur di compiacere gli americani e uscire dall’isolamento internazionale.

Va detto pure che probabilmente le minaccie statunitensi, cui fanno seguito quelle nord-coreane, potrebbero rientrare nell’ambito di ulteriori accordi che le parti punterebbero ad ottenere dietro la reciproca pressione di far saltare il banco. Kim vuole la garanzia che da parte di Usa, Corea del Sud e Giappone non arrivino futuri attacchi, interni ed esterni, indirizzati ad indebolire il suo regime; dall’altra parte però tanto i sud coreani che i giapponesi non vogliono rischiare di ritrovarsi il nemico in casa dopo aver ceduto alle sue lusinghe. Una strategia della tensione dunque che sembra tanto rivolta ad aumentare il prezzo degli accordi,  più che a mettere in discussione i progressi raggiunti.

E poi c’è il delicato rapporto fra Usa e Cina che si gioca anche sul futuro della Corea del Nord. Pechino vuole la pace, ma ovviamente non può accettare che il disgelo comporti un incremento della presenza americana nell’area. E gli Usa certamente non intendono ritirarsi più di tanto lasciando campo libero ai cinesi. Insomma troppi gli interessi in gioco sulla strada di un accordo che tutti vogliono ma che forse tutti alla fine hanno paura di siglare, non fidandosi fino in fondo gli uni degli altri. Sicuramente l’accordo lo vuole la Corea del Sud stanca di vivere con la spada di Damocle di una guerra con i “cugini” del nord sempre sopra la testa, pur sapendo perfettamente di non poter rinunciare all’appoggio e al sostegno americano.

Soltanto se i due storici nemici Trump e Kim riusciranno finalmente a stringersi la mano, capiremo come finirà questa partita. Intanto lo spettro di Gheddafi resta prepotentemente sullo sfondo.  

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