Irlanda verso il sì all’aborto: crolla ultimo “fortino cattolico” d’Europa?

Esteri

Anche la cattolicissima Irlanda sembra in procinto di convertirsi sulla via dell’aborto. Oggi infatti gli elettori irlandesi sono chiamati con un referendum  a decidere se abrogare l’ottavo emendamento della Costituzione, considerata fra le leggi più ristrettive in Europa sull’interruzione volontaria di gravidanza.

A volere il referendum è stato il primo ministro Leo Varadkar, leader del partito di centrodestra Fine Gael, ma va detto che non ha trovato forte opposizione da parte dei vescovi irlandesi. I quali da parte loro, hanno sì invitato gli elettori a votare no, ma senza schierarsi più di tanto in una campagna elettorale che sembra avere già un esito scontato.

Stando ai sondaggi infatti il sì all’aborto dovrebbe prevalere di circa dieci punti. L’ultima rilevazione evidenzia infatti un 44% di sì contro un 34% di no, ma naturalmente saranno poi i risultati effettivi delle urne a stabilire chi avrà vinto o meno questa battaglia.

I giovani e le donne sono largamente favorevoli all’aborto, ma persiste ancora uno zoccolo duro di irriducibili contrari, annidati soprattutto nelle aree rurali. Ma saranno ovviamente le grandi città alla fine a determinare l’esito. I movimenti pro-aborto già cantano vittoria, anche perché aver ottenuto l’indizione di un simile referendum per loro è stato già molto significativo. L’azione di contrasto è stata portata avanti unicamente dai Movimenti per la Vita, gli unici ad avere acceso realmente i riflettori sui presunti rischi della vittoria dei sì.

In Irlanda l’aborto è da sempre un reato, ma nel 1983 in controtendenza rispetto al resto d’Europa, fu introdotto in Costituzione l’Ottavo emendamento, che riconosce al feto lo status di persona con gli stessi diritti di ogni cittadino, rendendo di fatto impraticabile qualsiasi legge sull’aborto. Quindi abrogare questo emendamento significherà aprire la strada ad una regolamentazione dell’interruzione di gravidanza, visto che di fatto non sarà più vietato proporre una legge in materia.

All’epoca la stragrande maggioranza degli irlandesi votò contro l’aborto, ma oggi sono cambiate radicalmente le sensibilità sull’argomento. Fra i giovani si è perso quel forte radicamento cattolico che fino a pochi anni fa rendeva impossibile persino discutere di temi legati ad aborto, eutanasia, diritti Lgbt, e si è fatta strada quella cultura del “laicismo dei diritti” che ha preso il sopravvento ormai in tutta Europa. E si è così ribaltata anche la scala dei valori: quell’indiscutibile diritto alla vita sempre e comunque, che ha ispirato le precedenti legislazioni in materia, è stato via via sostituito nelle moderne generazioni dal diritto dell’individuo di disporre delle proprie volontà tipico della mentalità occidentale, all’interno del quale deve rientrare anche il diritto di non far nascere i figli nel caso di una gravidanza indesiderata.

E come detto anche la Chiesa irlandese sembra rassegnata di fronte ad una deriva ormai impossibile da arginare. Al punto che, come detto, da parte delle gerarchie c’è stata una propaganda anti-abortista molto sotto tono, quasi orientata unicamente a ribadire concetti scontati. Il vescovo della diocesi di Kerry, Ray Browne, ha diffuso un comunicato stampa con il quale ha dichiarato: “Venerdì voterò no. Vi incoraggio a fare lo stesso”. E questo è stato il massimo dello sforzo.

Molti hanno avuto l’impressione che da parte della Chiesa irlandese non si sia voluto calcare più di tanto la mano dando per scontata la sconfitta dei no. Le gerarchie sono sembrate interessate ad evitare l’impegno diretto in una battaglia considerata quasi inutile, forse con l’intento di non inasprire i toni e non entrare in conflitto con la presunta maggioranza dei pro-aborto, facendo inevitabilmente passare il messaggio che alla sconfitta dei no, corrisponda anche una sconfitta della Chiesa. Forse i vescovi sperano in una futura mediazione con il governo, tesa non tanto a scongiurare l’avvento di una legge che in caso di vittoria dei sì sarà inevitabile, quanto ad ottenere la salvaguardia di alcune garanzie (ad esempio il diritto all’obiezione di coscienza dei medici). Di fronte al prevalere di una mentalità sempre più laicista e relativista, oggi la Chiesa sembra più rivolta alla  costruzione di un dialogo che porti più alla “limitazione del danno” e al compromesso che non alle battaglie di principio.

Ma questo “silenzio” delle gerarchie sembra aver provocato forte smarrimento fra i cattolici impegnati nel campo della difesa della vita e che da soli, hanno sfidato in queste settimane un clima fortemente ostile. Si sarebbero forse aspettati dalla Chiesa locale un sostegno maggiore pur in assenza di un coinvolgimento diretto.

C’è però chi fa osservare che la posizione prudente dell’episcopato deriverebbe dalla sconfitta subita tre anni fa in occasione di un altro referendum, quello che ha legalizzato i matrimoni fra persone dello stesso sesso. I vescovi all’epoca furono molto più attivi, seppur sotto tiro per alcuni scandali legati alla pedofilia che avevano riguardato pezzi grossi delle gerarchie irlandesi.

Il referendum è stato proposto sulla scia del caso della dentista Savita Halappanavar, morta per setticemia dopo che le era stata negata dai medici un’interruzione di gravidanza. Se come i sondaggi lasciano prevedere vinceranno i sì, anche l’ultimo “fortino” anti-abortista d’Europa potrà dirsi caduto. E sarà altrettanto interessante capire se la rinuncia alle “crociate etiche” tipica della Chiesa di Papa Francesco alla fine avrà fatto o meno la differenza. 

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