Romanzo Quirinale. Ne escono tutti bene (Mattarella, Salvini, Di Maio): ecco perché

Politica

Ne escono tutti bene. Nessuno resterà col cerino in mano. Il primo governo giallo-verde, populista2.0 della storia repubblicana, è faticosamente nato (un vero e proprio parto cesareo); Matteo Salvini e Luigi Di Maio si sono salvati, Sergio Mattarella pure. Ma chi vincerà?: il motto “prima gli italiani” o il motto “prima la Ue?”. Dopo la luna di miele arriverà inesorabilmente la luna di fiele? Ai posteri l’ardua sentenza.

Sergio Mattarella. Evidentemente ha tirato un sospiro di sollievo. Il volto disteso nel congratularsi per “l’esito positivo della vicenda” e con i “giornalisti pazienti”, la dice lunga sul suo ritrovato buon umore. Il ricorso al voto, il timore di uno scontro istituzionale dagli esiti drammatici, le piazze contrapposte del 2 giugno, l’impressione di essere strumentalizzato dai partiti vincitori del 4 marzo (in senso negativo, come una sorta di Re Luigi XVI, prima della Bastiglia), e da quel “fronte repubblicano”, auspicato dall’ex ministro Calenda, neo-acquisto del Pd, e formato da dem, estrema sinistra, radicali boniniani e forse da forzisti, gli ha fatto fare un veloce passo indietro.

Fino dove ha potuto si è comportato esattamente come re Luigi XVI: ha tenuto duro in occasione delle prime proposte giallo-verdi, si è impuntato su Savona, nel nome e nel segno di un’ortodossia europeista e filo-euro (una forzatura evidenziata anche dal costituzionalista Onida), ha tentato di rovesciare gli schemi, passando da arbitro a capitano, delimitando imperativamente il lavoro dei presidenti incaricati (la Casellati con la zona “centro-destra-5Stelle”; Fico con la zona “5Stelle-Pd”), e proponendo, dopo il no a Salvini-Di Maio, nel giro di appena un’ora e mezza, la sua alternativa tecnica. Ma quando ha visto che Cottarelli era già cotto prima di partire (senza numeri, nemmeno quelli del Pd), ha tremato. Senza contare, poi, che il 2 giugno (altro che festa della Repubblica), avrebbe sancito un abisso tra popolo e istituzioni, con manifestazioni, le une contro le altre armate, con molti italiani, mobilitati da Lega e 5Stelle, i quali avrebbero individuato nel Quirinale la causa vera dell’instabilità, del ricatto dei mercati. Troppo per un signore, dal piglio antico e legalitario, come Mattarella, ligio a quel formalismo costituzionale (la lezione sull’articolo 92 della Carta), ignorato però, va ricordato, quando conviene (i governi Monti, Letta, Gentiloni e Renzi sono stati concepiti tutti saltando la legittimazione popolare).

E quindi, Mattarella, grazie all’intermediazione del presidente della Camera Fico, ha preso atto del mutamento di clima e ha avallato l’operazione-recupero di Di Maio, riprendendo lo schema giallo-verde, un esecutivo politico, accontentandosi dello spostamento di Savona e dell’inserimento di figure terze, più vicine. Da adesso in poi tornerà arbitro? Gli resta soltanto, come affermano i giornali anti-nuovo governo, la resistenza sui provvedimenti non coperti economicamente o in odore di incostituzionalità. Vedremo. Una cosa è certa: farci accettare il rospo che l’Italia è a sovranità limitata non è impresa da poco. Prima con l’egemonia Usa, ora con l’egemonia Ue e euro, l’articolo 1 della Costituzione (la sovranità appartiene al popolo), sembra ormai fuffa. E Mattarella l’ha capito. Starà pure a lui bilanciare le due spinte incompatibili: la sovranità nazionale, la Costituzione di cui è custode, e i vincoli europei.

Matteo Salvini. Aveva il vento in poppa. Sembrava destinato dai sondaggi a fare il pieno di voti, a mangiare Fi e Fdi, e a diventare da solo, il capo di un centro-destra nuovo al posto di un centro-destra-modello berlusconiano che non c’è più, e quindi, agiva di conseguenza: ogni sua operazione è stata all’insegna di una via d’uscita sempre aperta: ottenere il massimo dai conciliaboli, dalle trattative, con la minaccia delle urne, pensando unicamente all’incasso. Atteggiamento che, infatti, ha insospettito gli osservatori: è stato lui ad insistere su Savona solo per strappare, uscendo da una pericolosa gabbia? Ma quando Di Maio ha riannodato i fili di un governo politico (evidentemente la scelta di Mattarella di ricorrere a Cottarelli ha sbloccato gli eccessivi tatticismi), Salvini ha capito che rischiava di prendersi tutti i demeriti per il fallimento del governo e per quel voto balneare, che non sarebbe stato apprezzato dagli italiani. Adesso, invece, da vice premier e ministro degli Interni, può giocare la sua partita. E’ lo schema-Fico applicato alla Lega (uno schema più sicuro del voto): usare il ministero come una perenne campagna elettorale (anti-immigrati, sicurezza etc). Senza nessuna nostalgia per gli alleati e il vecchio centro-destra: tanto Berlusconi è finito lo stesso.

Luigi Di Maio. Ha tenuto, ha resistito e alla fine ce l’ha fatta. Stava perdendo consensi sia dentro il suo partito, risvegliando l’anima movimentista, che non ha mai accettato il matrimonio con la Lega, sia rispetto agli italiani, che contestano per natura ogni casta, ma vogliono anche un governo che non metta in crisi conti e soldi. Anziché consegnare la sua testa ai nemici interni ed esterni, e non fidandosi più di Salvini, ha giocato all’esterno del campo di calcio, ricorrendo all’asse Fico-Quirinale, che ha messo Salvini nelle condizioni di rivedere le sue posizioni unicamente elettoralistiche. Si è guadagnato il futuro. E molto starà alla sua capacità di reggere l’urto della quotidianità ministeriale che è assai diversa dalla demagogia piazzaiola. Come gestire flat tax e reddito di cittadinanza?

Giuseppe Conte. Il professore ne esce bene. Dicono che sia un uomo tosto e nei prossimi mesi dovrà dimostrarlo realmente. Innanzitutto governa un’alleanza certificata da un contratto che chiude la stagione delle alleanze politiche, attraverso le mediazioni e i compromessi programmatici; in secondo luogo, col suo gabinetto finisce l’epoca dei premier carismatici (leader di partiti-personali); con lui l’esecutivo sarà una specie di coordinamento operativo, che dovrà raccordare sensibilità, visioni e aspettative diverse, se non opposte. E i carismatici sono i due vice-premier, che saranno i Dioscuri di Conte.

Ma lui “conterà” o si farà eterodirigere? La sensazione è che non farà il passacarte. Certo, non ha consenso, né legittimazione popolare, ma nel sintetizzare e armonizzare Lega e 5Stelle, potrà trovare uno spazio autonomo. La sua squadra, per ora, sembra un delicato mix di personalità di partito e svincolate dai partiti, tecnici e politici, un po’ organici a Salvini e Di Maio e un po’ graditi a Mattarella, un po’ anti-euro, un po’ filo-euro. Vedremo. Al momento Conte-2 cancella il ricordo effimero di Conte-1, belloccio, con i capelli tinti e il curriculum fonte di polemiche.
Giorgia Meloni. L’appoggio esterno, l’astensione, sono un passo in avanti rispetto all’opposizione (salvo che per i provvedimenti vicini al programma del centro-destra), annunciata in vista della formazione del Conte-1.

Continuare a salvare capra (la storia che va avanti) e cavoli (ciò che resta del centro-destra berlusconiano, modello 1994), sarebbe stata un’impresa ardua. Esiziale per un partito come Fdi, stretto tra Fi al tramonto e una Lega pigliatutto, che da tempo ha occupato quello spazio che era di An. Prima a chiedere la messa in stato d’accusa del presidente, reo dei ricatti di mercati e degli eurocrati, prima a chiedere a Salvini garanzie su valori identitari, famiglia naturale, e interesse nazionale, da patriota la Meloni stava per salire sul carro del Conte-2 (opponendosi ad un ministero assegnato a Crosetto, chiedendolo per lei). Ma il no di Di Maio l’ha ridimensionata ad un ruolo di cerniera, che può essere giocato rispetto al Cavaliere, rispetto agli elettori destristi, rispetto al futuro polo sovranista che sta nascendo. E che rischia di escluderla definitivamente dai giochi.

Il Pd. Stare all’opposizione gli farà bene. Dovrà risolvere il tema della sua identità e della sua dirigenza, divisa tra renziani e anti-renziani. Cosa è e cosa sarà il Pd? Un partito ancora di sinistra, o un partito-Macron (secondo il progetto di Renzi), destinato a fare sempre più asse con ciò che resta di Fi? Un partito liberal, radicale di massa? Il polo sovranista, costituito oggettivamente da Lega e 5Stelle, obbliga i dem ad una scelta irrimandabile. Ma definire il governo Conte, un governo di destra e quindi il male, rispolverando una comunicazione anni-Settanta, non è un buon segno e li condanna a non capire l’evoluzione della storia. Rischiando di restare indietro. E sbagliare tutto.

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